Dante Alighieri

DELLA VITA, STUDI E COSTUMI DI DANTE di LEONARDO BRUNI

Avendo in questi giorni posto fine a un’opera assai lunga, mi venne appetito di volere, per ristoro dello affaticato ingegno, leggere alcuna cosa vulgare; perocché, come nella mensa un medesimo cibo, così nelli studii una medesima lezione continovata rincresce. Cercando adunque con questo proposito, mi venne alle mani un’operetta del Boccaccio intitolata: Della vita, costumi e studii del clarissimo poeta Dante, la quale opera, benché da me altra volta fusse stata diligentissimamente letta, pur al presente esaminata di nuovo, mi parve che il nostro Boccaccio, dolcissimo e suavissimo uomo, così scrivesse la vita e i costumi di tanto sublime poeta, come se a scrivere avesse il Filocolo, o il Filostrato, o la Fiammetta. Perocché tutta d’amore e di sospiri e di cocenti lagrime è piena, come se l’uomo nascesse in questo mondo solamente per ritrovarsi in quelle dieci Giornate amorose, le quali da donne innamorate e da giovani leggiadri raccontate furono nelle cento Novelle: e tanto s’infiamma in queste parti d’amore, che le gravi e sustanzievoli parti della vita di Dante lascia a dietro e trapassa con silenzio, ricordando le cose leggiere e tacendo le gravi. Io adunque mi posi in cuore, per mio spasso, scriver di nuovo la vita di Dante con maggior notizia delle cose estimabili. Né questo faccio per derogare al Boccaccio, ma perché lo scriver mio sia quasi in supplimento allo scriver di lui.

2. I maggiori di Dante furono in Firenze di molto antica stirpe, in tanto, che lui par volere in alcun luogo i suoi antichi essere stati di quelli Romani che posero Firenze: ma questa è cosa molto incerta, e secondo mio parere niente è altro che indovinare. Di quelli che ho io notizia, il trisavolo suo fu messer Cacciaguida cavalier fiorentino, il quale militò sotto lo ‘mperadore Currado. Questo messer Cacciaguida ebbe due fratelli, l’uno chiamato Moronto, l’altro Eliseo. Di Moronto non si legge alcuna successione: ma da Eliseo nacque la famiglia nominata gli Elisei, e forse anche prima avevano questo nome; di messer Cacciaguida nacquero gli Aldighieri, così vocati da un suo figliuolo, il quale per stirpe materna ebbe nome Aldighieri. Messer Cacciaguida, e’ fratelli e loro antichi abitaron quasi in su ‘l canto di Porta san Piero, dove prima vi s’entra da Mercato vecchio, nelle case che ancor oggi si chiamano degli Elisei, perché a loro rimase l’antichità. Quelli di messer Cacciaguida, detti Aldighieri, abitarono in su la piazza dietro a San Martino del Vescovo, dirimpetto alla via che va a casa i Sacchetti, e dall’altra parte si stende verso le case de’ Donati e de’ Giuochi.

3. Dante nacque negli anni Domini 1265, poco dopo la tornata de’ Guelfi in Firenze, stati in esilio per la sconfitta di Monte Aperto. Nella puerizia sua nutrito liberalmente e dato a’ precettori delle lettere, subito apparve in lui ingegno grandissimo, e attissimo a cose eccellenti. Il padre suo Aldighieri perde’ nella sua puerizia: nientedimanco, confortato da’ propinqui e da Brunetto Latini, valentissimo uomo secondo quel tempo, non solamente a litteratura, ma agli altri studii liberali si diede, niente lasciando a dietro che appartenga a far l’uomo eccellente. Né per tutto questo si racchiuse in ozio, né privossi del secolo; ma vivendo e conversando con gli altri giovani di sua età, costumato ed accorto e valoroso ad ogni esercizio giovanile si trovava; in tanto, che in quella battaglia memorabile e grandissima, che fu a Campaldino, lui, giovane e bene stimato, si trovò nell’armi combattendo vigorosamente a cavallo nella prima schiera; dove portò gravissimo pericolo, perocché la prima battaglia fu delle schiere equestri, nella quale e’ cavalieri che erano dalla parte delli Aretini, con tanta tempesta vinsero e superchiarono la schiera de’ cavalieri fiorentini, che sbarattati e rotti bisognò fuggire alla schiera pedestre. Questa rotta fu quella, che fe’ perdere la battaglia alli Aretini; perocché i loro cavalieri vincitori, perseguitando quelli che fuggivano per grande distanza, lasciaro a dietro la loro pedestre schiera; sì che, da quindi innanzi, in niuno luogo interi combatterono: ma i cavalieri soli e di per sé, senza sussidio di pedoni, e i pedoni poi di per sé senza sussidio de’ cavalieri. Ma dalla parte de’ Fiorentini addivenne il contrario, ché, per esser fuggiti i loro cavalieri alla schiera pedestre, si ferono tutti un corpo, e agevolmente vinsero prima i cavalieri e poi i pedoni. Questa battaglia racconta Dante in una sua Epistola, e dice esservi stato a combattere, e disegna la forma della battaglia; e per notizia della cosa saper dobbiamo, che Uberti, Lamberti, Abati e tutti gli altri usciti di Firenze erano con li Aretini; e tutti gli usciti d’Arezzo, gentiluomini e popolani guelfi, che in quel tempo tutti erano scacciati, furono co’ Fiorentini in questa battaglia. E per questa cagione le parole scritte in Palagio dicono: 

Sconfitti e’ Ghibellini a Certomondo; e non dicono gli Aretini, acciocché quella parte delli Aretini che fu col Comune a vincere, non si potesse dolere. Tornando adunque al nostro proposito, dico che Dante virtuosamente si trovò a combattere per la patria in questa battaglia: e vorrei che ‘l Boccaccio nostro di questa virtù più tosto avesse fatto menzione, che dell’amore di nove anni e di simili leggerezze, che per lui si raccontano di tanto uomo. Ma che giova a dire? la lingua pur va dove il dente duole, ed a cui piace il bere sempre ragiona di vini.

4. Dopo questa battaglia tornò Dante a casa: e alli studii più ferventemente che prima si diede, e nientedimanco niente lasciò delle conversazioni urbane e civili: cosa miracolosa!; ché studiando continovamente, a niuna persona sarebbe paruto ch’egli studiasse, per l’usanza lieta e conversazione giovanile. Nella qual cosa mi giova riprendere l’errore di molti ignoranti, i quali credono niuno essere studiante, se non quelli che si nascondono in solitudine ed in ozio; e io non vidi mai niuno di questi camuffati e rimossi dalla conversazione delli nomini, che sapesse tre lettere. Lo ‘ngegno alto e grande non ha bisogno di tali tormenti, anzi è vera conclusione e certissima, che quello che non appara tosto, non appara mai: sì che stranarsi e levarsi dalla conversazione, è al tutto di quelli che niente sono atti con loro basso ingegno ad imprendere. Né solamente conversò civilmente con li uomini Dante; ma ancora tolse moglie in sua gioventù, e la moglie sua fu gentile donna della famiglia de’ Donati, chiamata per nome monna Gemma, della quale ebbe più figliuoli, come in altra parte di questa opera dimostreremo. Qui il Boccaccio non ha pazienza, e dice le mogli esser contrarie alli studii; e non si ricorda che Socrate, il più sommo filosofo che mai fusse, ebbe moglie e figliuoli, ed offizii nella republica della sua città; e Aristotele, che non si può dire più là di sapienza e di dottrina, ebbe due mogli in diversi tempi, ed ebbe figliuoli e ricchezze assai. E Marco Tullio, e Catone, e Seneca, e Varrone, latini sommi, filosofi tutti, ebbero moglie, figliuoli ed offizii, e governi nella republica. Sì che perdonimi il Boccaccio: i suoi giudicii sono molto frivoli in questa parte, e molto distanti dalla vera opinione. L’uomo è animal civile, secondo piace a tutti i filosofi; la prima congiunzione, della quale multiplicata nasce la città, è marito e moglie; né cosa può esser perfetta dove questa non sia, e solo questo amore è naturale, legittimo e permesso.
5. Dante adunque tolta donna, e vivendo civile e onesta e studiosa vita, fu adoperato nella republica assai, e finalmente, venuto all’età debita, fu creato de’ Priori, non per sorte, come s’usa al presente, ma per elezione, come in quel tempo si consumava fare. Furono nell’uffizio del Priorato con lui messer Palmieri degli Altoviti, e Neri di Messer Iacopo degli Alberti ed altri colleghi, e fu questo suo Priorato nel 1300. Da questo Priorato nacque la cacciata sua, e tutte le cose avverse ch’egli ebbe nella vita sua, secondo esso medesimo scrive in una sua Epistola, della quale le parole sono queste: “Tutti li mali e gli inconvenienti miei dalli infausti comizi del mio Priorato ebbono cagione e principio; del quale Priorato benché per prudenzia io non fussi degno, niente di meno per fede e per età non ne ero indegno, perocché dieci anni erano già passati dopo la battaglia di Campaldino, nella quale la parte ghibellina fu quasi al tutto morta e disfatta; dove mi trovai non fanciullo nell’armi, dove ebbi temenza molta, e nella fine allegrezza grandissima per li varii casi di quella battaglia”. Queste sono le parole sue. Ora la cagione di sua cacciata voglio particularmente raccontare, perocché è cosa notabile, e il Boccaccio se ne passa con piede asciutto, che forse non gli era così nota come a noi, per cagione della Storia che abbiamo scritta.

6. Avendo prima avuto la città di Firenze divisioni assai tra Guelfi e Ghibellini, finalmente era rimasa nelle mani de’ Guelfi; e stata assai lungo spazio di tempo in questa forma, sopravvenne un’altra maladizione di parte intra’ Guelfi medesimi, i quali reggevano la republica: e fu il nome delle parti Bianchi e Neri. Nacque questa perversità prima, ne’ Pistolesi e massime nella famiglia de’ Cancellieri; ed essendo già divisa tutta Pistoia, per porvi rimedio fu ordinato da’ Fiorentini che i capi di queste sette ne venissero a Firenze, acciocché là non facessero maggior turbazione. Questo rimedio fu tale, che non tanto di bene fece a’ Pistolesi per levar loro i capi, quanto di male fece a’ Fiorentini per tirare a sé quella pestilenzia. Perocché avendo i capi in Firenze parentadi ed amicizie assai, subito accesero il fuoco con maggiore incendio per gli diversi favori che avevano da’ parenti e dalli amici, che non era quello, che lasciato avevano a Pistoia: e trattandosi di questa materia in publico e in privato, mirabilmente s’apprese il mal seme, e divisesi tutta la città in modo, che quasi non vi fu famiglia nobile né plebea, che in sé medesima non si dividesse, né uomo particulare di stima alcuna, che non fusse dall’una delle sette; e trovossi in molti la divisione essere tra fratelli carnali, che l’uno di qua e l’altro di là teneva. Essendo già durata la contesa più mesi, e multiplicati gl’inconvenienti, non solamente per parole ma ancora per fatti dispettosi ed acerbi, cominciati tra’ giovani e discesi tra gli uomini di matura età, la città tutta stava sollevata e sospesa. Addivenne, che essendo Dante de’ Priori, certa ragunata si fe’ per la parte de’ Neri nella chiesa di Santa Trinita; quello che trattassero fu cosa molto segreta, ma l’effetto fu di fare opera con papa Bonifazio VIII, il quale allora sedeva, che mandasse a Firenze messer Carlo di Valois de’ Reali di Francia, a pacificare e a riformare la terra. Questa ragunata sentendosi per l’altra parte de’ Bianchi, subito se ne prese suspizione grandissima; in tanto, che presero l’armi, e fornironsi d’amistà, e andarono a’ Priori aggravando la ragunata fatta, e l’avere con privato consiglio presa deliberazione dello stato della città; e tutto esser fatto, dicevano, per cacciargli di Firenze: e per tanto dimandavano a’ Priori, che facessero punire tanto prosuntuoso eccesso. Quelli che avevano fatta la ragunata temendo anche loro, pigliarono l’armi, e appresso i Priori si dolevano delli avversarii, che senza deliberazione publica s’erano armati e fortificati, affermando che sotto varii colori gli volevano cacciare; e domandavano a’ Priori che li facessero punire, sì come perturbatori della quiete publica. L’una parte e l’altra di fanti e d’amistà fornite s’erano; la paura, e il terrore, e il pericolo era grandissimo. Essendo adunque la città in armi e in travagli, i Priori, per consiglio di Dante, provviddero di fortificarsi della moltitudine del popolo, e quando furono fortificati, ne mandarono a’ confini gli uomini principali delle due sette, che furono questi: messer Corso Donati, messer Geri Spini, messer Giacchinotto de’ Pazzi, messer Rosso della Tosa, e altri con loro. Tutti questi erano della parte Nera, e furono mandati a’ confini a Castel della Pieve, in quel di Perugia. Della parte de’ Bianchi furono mandati a’ confini a Serezzana: messer Gentile e messer Torrigiano de’ Cerchi, Guido Cavalcanti, Baschiera della Tosa, Baldinaccio Adimari, Naldo di messer Lottino Gherardini, e altri. Questo diede gravezza assai a Dante, e contutto ch’esso si scusi come uomo senza parte, niente di manco fu riputato pendesse in parte Bianca, e che gli dispiacesse il consiglio tenuto di chiamar Carlo di Valois a Firenze, come materia di scandali e di guai alla città; e accrebbe la ‘nvidia, perché quella parte de’ cittadini che fu confinata a Serezzana, subito ritornò a Firenze, e l’altra parte confinata a Castel della Pieve si rimase di fuori. A questo risponde Dante, che quando quelli di Serezzana furono rivocati, esso era fuori dell’uffizio del Priorato, e che a lui non si debba imputare: più dice, che la ritornata loro fu per l’infirmità e morte di Guido Cavalcanti, il quale ammalò a Serezzana per l’aere cattiva, e poco appresso morì. Questa disagguaglianza mosse il Papa a mandar Carlo di Valois a Firenze; il quale, essendo per riverenzia del Papa e della Casa di Francia ricevuto nella città, di subito rimise i cittadini confinati, e appresso cacciò la parte Bianca per rivelazione di certo trattato fatta per messer Piero Ferranti suo barone: il quale disse essere stato richiesto da tre gentili uomini della parte Bianca, cioè da Naldo di messer Lottino Gherardini, da Baschiera della Tosa e da Baldinaccio Adimari, di adoperar sì con messer Carlo di Valois che la lor parte rimanesse superiore nella terra; e che gli aveano promesso di dargli Prato in governo, se facesse questo: e produsse la scrittura di questa richiesta e promessa, con gli suggelli di costoro. La quale scrittura originale ho io veduto, perocché ancor oggi è in Palagio tra l’altre scritture publiche; ma quanto a me, ella mi pare forte sospetta, e credo per certo che ella fusse fittizia. Pure, quello che si fusse, la cacciata seguitò di tutta la parte Bianca; mostrando sdegno Carlo di questa richiesta, e promessa da loro fatta. . Dante in questo tempo non era in Firenze, ma era a Roma, mandato poco avanti imbasciadore al Papa, per offerire la concordia e la pace de’ cittadini: nientedimanco, per isdegno di quelli che nel suo Priorato confinati furono della parte Nera, gli fu corso a casa, e rubata ogni sua cosa, e dato il guasto alle sue possessioni, e a lui e a messer Palmieri Altoviti dato bando della persona per contumacia di non comparire, non per verità d’alcun fallo commesso. La via del dar bando fu questa: che legge fecero iniqua e perversa, la quale si guardava in dietro, che il Podestà di Firenze potesse e dovesse conoscere i falli commessi per lo addietro nell’ufficio del Priorato, contuttoché assoluzione fusse seguita. Per questa legge citato Dante per messer Cante De’ Gabbrielli allora Podestà di Firenze, essendo assente e non comparendo, fu condannato e sbandito, e publicati i beni suoi contuttoché prima rubati e guasti.

8. Abbiamo detto come passò la cacciata di Dante, e per che cagione e per che modo: ora diremo qual fusse la vita sua nello esilio. Sentito Dante la ruina sua, subito partì da Roma, dove era imbasciadore, e camminando con gran celerità ne venne a Siena; quivi intesa chiaramente la sua calamità, non vedendo alcun riparo, deliberò accozzarsi con gli altri usciti: e il primo accozzamento fu in una congregazione delli usciti, la quale si fe’ a Gargonsa, dove, trattate molte cose, finalmente fermaro la sedia loro ad Arezzo, e quivi ferono campo grosso, e crearono loro capitano generale il conte Alessandro Da Romena, ferono dodici consiglieri, del numero de’ quali fu Dante, e di speranza in speranza stettero per infino all’anno 1304. Allora, fatto sforzo grandissimo d’ogni loro amistà, ne vennero per rientrare in Firenze con grandissima moltitudine, la quale non solamente d’Arezzo, ma da Bologna e da Pistoia con loro si congiunse; e giugnendo improvviso, e subito presono una porta di Firenze, e vinsono parte della terra. Ma finalmente bisognò se n’andassero senza frutto alcuno. Fallita dunque questa tanta speranza, non parendo a Dante più da perder tempo, partì d’Arezzo e andossene a Verona, dove, ricevuto molto cortesemente da’ Signori della Scala, con loro fece dimora alcun tempo, e ridussesi tutto a umiltà, cercando con buone opere e con buoni portamenti racquistar la grazia di poter tornare in Firenze per ispontanea rivocazione di chi reggeva la terra; e sopra questa parte s’affaticò assai, e scrisse più volte, non solamente a’ particulari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo: e intra l’altre una Epistola assai lunga, che incomincia: Popule mee, quid feci tibi?

9. Essendo in questa speranza Dante di ritornare per via di perdono, sopravvenne l’elezione di Arrigo di Luzimborgo imperadore, per la cui elezione prima, e poi per la passata sua, essendo tutta Italia sollevata in speranza di grandissima novità, Dante non poté tenere il proposito suo dell’aspettare grazia, ma levatosi con l’animo altero, cominciò a dir male di quei che reggevano la terra, appellandoli scellerati e cattivi, e minacciando loro la debita vendetta per la potenza dello ‘mperadore contra la quale diceva esser manifesto loro non avere alcuno scampo. Pure il tenne tanto la riverenza della patria, che venendo lo ‘mperadore contra Firenze, e ponendosi a campo presso la porta, non vi volle essere, secondo lui scrive, contuttoché confortator fusse stato di sua venuta. Morto dipoi lo ‘mperadore Arrigo, il quale nella seguente state morì a Buonconvento, ogni speranza al tutto fu perduta da Dante: perocché di grazia lui medesimo si avea tolto la via per lo parlare e scrivere contro i cittadini che governavano la republica, e forza non ci restava, per la quale più sperar potesse: sì che, deposta ogni speranza, povero assai trapassò il resto della sua vita, dimorando in varii luoghi per Lombardia e per Toscana e per Romagna, sotto il sussidio di varii Signori, per infino che finalmente si ridusse a Ravenna, dove finì la sua vita.

10. Poiché detto abbiamo delli affanni suoi publici, e in questa parte mostrato il corso di sua vita, diremo ora del suo stato domestico e de’ suoi costumi e studii. Dante, innanzi la cacciata sua di Firenze, contuttoché di grandissima ricchezza non fusse, nientedimeno non fu povero, ma ebbe patrimonio mediocre, e sufficiente a vivere onoratamente. Ebbe un fratello chiamato Francesco Aldighieri; ebbe moglie, come di sopra dicemmo, e più figliuoli, de’ quali ancora oggi resta successione e stirpe, come di sotto faremo menzione. Case in Firenze ebbe assai decenti, congiunte con le case di Geri di messer Bello suo consorto; possessioni in Camerata e nella Piacentina ed in Piano di Ripoli: suppellettile abbondante e preziosa, secondo lui scrive. Fu uomo molto pulito, di statura decente e di grato aspetto, e pieno di gravità: parlatore rado e tardo, ma nelle sue risposte molto sottile. La effigie sua propria si vede nella chiesa di Santa Croce, quasi al mezzo della chiesa dalla mano sinistra andando verso l’altar maggiore, e ritratta al naturale ottimamente, per dipintore perfetto del tempo suo. Dilettossi di musica e di suoni, e di sua mano egregiamente disegnava; fu ancora scrittore perfetto, ed era la lettera sua magra e lunga e molto corretta, secondo io ho veduto in alcune epistole di sua mano propria scritte. Fu usante in giovanezza sua con giovani innamorati, e lui ancora di simile passione occupato, non per libidine, ma per gentilezza di cuore; e ne’ suoi teneri anni versi d’amore a scrivere cominciò, come veder si puote in una sua operetta vulgare, che si chiama Vita Nuova. Lo studio suo principale fu poesia, ma non sterile, né povera, né fantastica; ma fecundata e inricchita, stabilita da vera scienza e da moltissime discipline.

11. E per darmi ad intendere meglio a chi legge, dico che in due modi diviene alcuno poeta. Un modo si è per ingegno proprio agitato e commosso da alcuno vigore interno e nascoso, il quale si chiama furore e occupazione di mente. Darò una similitudine di quello che io vo’ dire: beato Francesco non per iscienza, né per disciplina scolastica, ma per occupazione e astrazione di mente, sì forte applicava l’animo suo a Dio, che quasi si trasfigurava oltre al senso umano, e conosceva di Dio più che né per istudio né per lettere cognoscono i teologi; così nella poesia, alcuno per interna agitazione e applicazione di mente poeta diviene; e questa si è la somma e la più perfetta spezie di poesia: e onde alcuni dicono i poeti essere divini, e alcuni li chiamano sacri, e alcuni li chiamano vati. Da questa astrazione e furore che io dico, prendono l’appellazione; gli esempii li abbiamo da Orfeo e da Esiodo, de’ quali l’uno e l’altro fu tale, quale di sopra è stato da me raccontato; e fu di tanta efficacia Orfeo, che e sassi e selve moveva con la sua lira; ed Esiodo, essendo pastore rozzo e indotto, solamente bevuta l’acqua della fonte Castalia, senz’altro studio poeta sommo divenne: del quale abbiamo l’opere ancora oggi, e sono tali, che niuno de’ poeti litterati e scientifici lo vantaggia. Una spezie adunque di poeti è per interna astrazione ed agitazione di mente; l’altra spezie è per iscienza, per istudio, per disciplina ed arte e per prudenzia: e di questa seconda spezie fu Dante; perocché per istudio di filosofia, teologia, astrologia ed arismetica e geometria, per lezioni di storie, per revoluzione di molti e varii libri, vigilando e sudando nelli studii, acquistò la scienza la quale dovea ornare ed esplicare con li suoi versi. E perché della qualità de’ poeti abbiamo detto, diremo ora del nome, per lo quale ancora si comprenderà la sustanzia: contuttoché questa sono cose che mal si possono dire in vulgare idioma; pur m’ingegnerò di darle ad intendere, perché, al parer mio, questi nostri moderni poeti non l’hanno bene intese; né è maraviglia, essendo ignari della lingua greca. Dico adunque, che questo nome Poeta è nome greco, e tanto viene a dire, quanto Facitore. Per aver detto insino a qui, conosco che non sarebbe inteso il dir mio; sì che più oltre bisogna aprire l’intelletto. Dico adunque de’ libri e delle opere poetiche. Alcuni uomini sono leggitori dell’opere altrui, e niente fanno da sé, come addiviene al più delle genti; altri uomini sono facitori d’esse opere, come Virgilio fece il libro dell’Eneida, e Stazio fece il libro della Tebaida, e Ovidio fece il libro Methamorphoseos, e Omero fece l’Odissea e l’Iliade. Questi adunque, che ferno l’opere, furono poeti, cioè facitori di dette opere che noi leggiamo; e noi siamo i leggitori, e loro furono i facitori. E quando sentiamo lodare un valent’uomo di studii e di lettere, usiamo dimandare: Fa egli alcuna cosa da sé, lascerà egli alcuna opera da sé composta e fatta? 

Poeta è adunque colui che fa alcuna opera, cioè autore e componitore di quello che altri legge. Potrebbe dire qui alcuno, che, secondo il parlar mio, il mercatante che scrive le sue ragioni e fanne libro, sarebbe poeta; e che Tito Livio e Salustio sarebbero poeti, perocché ciascun di loro scrisse libri e fece opere da leggere. A questo rispondo: che fare opere poetiche non si dice se non in versi; e questo addiviene per eccellenza dello stile, perocché le sillabe e la misura e il suono è solamente di chi dice in versi, e usiamo di dire in nostro vulgare: Costui fa canzone e sonetti; ma per iscrivere una lettera a’ suoi amici, non diremo che lui abbia fatto alcuna opera. Il nome del poeta significa eccellente e ammirabile stile in versi, coperto e adombrato da leggiadria e alta finzione; e come ogni presidente comanda e impera, ma solo colui si chiama Imperadore ch’è sommo di tutti, così chi compone opere in versi, ed è sommo ed eccellentissimo nel comporre tali opere, si chiama Poeta. Or questa è la verità certa e assoluta del nome e dell’effetto de’ poeti; lo scrivere in istile litterato o vulgare non ha a fare al fatto, né altra differenza è se non come scrivere in greco o in latino.

12. Ciascuna lingua ha sua perfezione, e suo suono, e suo parlare limato e scientifico; pur, chi mi domandasse per che cagione Dante più tosto elesse scrivere in vulgare che in latino e litterato stilo, risponderei quello che è la verità: cioè che Dante conosceva sé medesimo molto più atto a questo stilo vulgare e in rima, che a quello latino o litterato. E certo molte cose sono dette da lui leggiadramente in questa rima vulgare, che né arebbe potuto, né arebbe saputo dire in lingua latina e in versi eroici. La pruova sono l’Egloghe da lui fatte in versi esametri, le quali posto sieno belle, nientedimanco molte ne abbiamo vedute più vantaggiatamente scritte. E, a dire il vero, la virtù di questo nostro poeta fu nella rima vulgare, nella quale è eccellentissimo sopra ogn’altro; ma in versi latini e in prosa, non aggiugne a pena a quelli che mezzanamente hanno scritto. La cagione di questo è, che il secolo suo era dato a dire in rima; e di gentilezza di dire in prosa o in versi latini, niente intesero gli uomini di quel secolo, ma furon rozzi e grossi, e senza perizia di lettere; dotti nientedimeno in queste discipline al modo fratesco e scolastico.

13. Cominciossi a dire in rima, secondo scrive Dante, innanzi a lui circa anni centocinquanta; e furono i principi in Italia Guido Guinizzelli bolognese, e Guittone cavaliere Gaudente d’Arezzo, e Bonagiunta da Lucca, e Guido da Messina, i quali tutti Dante di gran lunga soverchiò di sentenze, e di politezza, e d’eleganza, e di leggiadria in tanto, che è opinione di chi intende, che non sarà mai uomo che Dante vantaggi in dire in rima. E veramente egli è mirabil cosa la grandezza e la dolcezza del dire suo prudente, sentenzioso e grave, con varietà e copia mirabile, con scienza di filosofia, con notizia di storie antiche, con tanta cognizione delle storie moderne, che pare ad ogni atto essere stato presente. Queste belle cose, con gentilezza di rima esplicate, prendono la mente di ciascuno che legge, e molto più di quelli che più intendono. La finzione sua fu mirabile, e con grande ingegno trovata; nella quale concorre descrizione del mondo, descrizione de’ cieli e de’ pianeti, descrizione degli uomini, meriti e pene della vita umana, felicità e miseria e mediocrità di vita intra due estremi; né credo che mai fusse chi prendesse più ampia e fertile materia da poter esplicar la mente d’ogni suo concetto, per la varietà delli spiriti loquenti di diverse ragioni di cose, di diversi paesi e di varii casi di fortuna. Questa sua principale opera cominciò Dante avanti la cacciata sua, e di poi in esilio la finì, come per essa opera si può vedere apertamente. Scrisse ancora Canzone morali, e Sonetti: le canzone sono perfette e limate e leggiadre, e piene d’alte sentenze; e tutte hanno generosi cominciamenti, siccome quella canzona che comincia: Amor, che muovi tua virtù dal Cielo Come il Sol lo splendore, dove fa comparazione filosofica e sottile intra gli effetti del sole e gli effetti d’Amore; e l’altra che comincia: Tre donne intorno al cor mi son venute, e l’altra che comincia: Donne, ch’avete intelletto d’Amore. E così in molte altre canzone è sottile e limato e scientifico; ne’ sonetti non è di tanta virtù. Queste sono l’opere sue vulgari; in latino scrisse in prosa e in verso: in prosa un libro chiamato Monarchia, il quale è scritto a modo disadorno, senza niuna gentilezza di dire. Scrisse ancora un altro libro intitolato De vulgari Eloquentia; ancora scrisse molte Epistole in prosa; in versi scrisse alcune Egloghe, e ‘l principio del libro suo in versi eroici; ma non gli riuscendo lo stile, non lo seguì.

14. Morì Dante nel 1321, a Ravenna. Ebbe Dante tra gli altri un suo figliuolo chiamato Piero, il quale studiò in legge e divenne valente; e per propria virtù, e per lo favore della memoria del padre si fece grand’uomo, e guadagnò assai, e fermò suo stato a Verona con assai buone facultà. Questo messer Piero ebbe un figliuolo chiamato Dante, e di questo Dante nacque Lionardo, il quale oggi vive, ed più ha figliuoli. Né è molto tempo, che Lionardo antedetto venne a Firenze con altri giovani veronesi, bene in punto e onoratamente; e me venne a visitare, come amico della memoria del suo proavo Dante; ed io gli mostrai le case di Dante e de’ suoi antichi, e diegli notizia di molte cose a lui incognite, per essersi stranato lui e i suoi della patria. E così la Fortuna questo mondo gira, e permuta gli abitatori col volgere di sue rote.

Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio

DE ORIGINE VITA, STUDIIS ET MORIBUS VIRI CLARISSIMI DANTIS ALIGERII FLORENTINI, POETE ILLUSTRIS, ET DE OPERIBUS COMPOSITIS AB EODEM, INCIPIT FELICITER.

I

Proposizione

Solone, il cui petto uno umano tempio di divina sapienzia fu reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora alli presenti uomini chiara testimonianza dell’antica giustizia, era, secondo che dicono alcuni, spesse volte usato di dire ogni republica, sì come noi, andare e stare sopra due piedi; de’ quali, con matura gravità, affermava essere il destro il non lasciare alcuno difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remunerare; aggiugnendo che, qualunque delle due cose già dette per vizio o per nigligenzia si sottraeva, o meno che bene si servava, senza niuno dubbio quella republica, che ‘l faceva, convenire andare sciancata: e se per isciagura si peccasse in amendue, quasi certissimo avea, quella non potere stare in alcun modo. 

Mossi adunque più così egregii come antichi popoli da questa laudevole sentenzia e apertissimamente vera, alcuna volta di deità, altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepultura, e tal fiata di triunfale arco, e quando di laurea corona secondo i meriti precedenti onoravano i valorosi; le pene, per opposito, a’ colpevoli date non curo di raccontare. Per li quali onori e purgazioni la assiria, la macedonica, la greca e ultimamente la romana republica aumentate, con l’opere le fini della terra, e con la fama toccaron le stelle. Le vestigie de’ quali in così alti esempli, non solamente da’ successori presenti, e massimamente da’ miei Fiorentini, sono male seguite, ma intanto s’è disviato da esse, che ogni premio di virtù possiede l’ambizione; per che, sì come e io e ciascun altro che a ciò con occhio ragionevole vuole guardare, non senza grandissima afflizione d’animo possiamo vedere li malvagi e perversi uomini a’ luoghi eccelsi e a’ sommi oficii e guiderdoni elevare, e li buoni scacciare, deprimere e abbassare. Alle quali cose qual fine serbi il giudicio di Dio, coloro il veggiano che il timone governano di questa nave: perciò che noi, più bassa turba, siamo trasportati dal fiotto, della Fortuna, ma non della colpa partecipi. E, come che con infinite ingratitudini e dissolute perdonanze apparenti si potessero le predette cose verificare, per meno scoprire li nostri difetti e per pervenire al mio principale intento, una sola mi fia assai avere raccontata (né questa fia poco o picciola), ricordando l’esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri. Il quale, antico cittadino né d’oscuri parenti nato, quanto per vertù e per scienzia e per buone operazioni meritasse, assai il mostrano e mostreranno le cose che da lui fatte appaiono: le quali, se in una republica giusta fossero state operate, niuno dubbio ci è che esse non gli avessero altissimi meriti apparecchiati. 

Oh scellerato pensiero, oh disonesta opera, oh miserabile esemplo e di futura ruina manifesto argomento! In luogo di quegli, ingiusta e furiosa dannazione, perpetuo sbandimento, alienazione de’ paterni beni, e, se fare si fosse potuto, maculazione della gloriosissima fama, con false colpe gli fur donate. Delle quali cose le recenti orme della sua fuga e l’ossa nelle altrui terre sepulte e la sparta prole per l’altrui case, alquanto ancora ne fanno chiare. Se a tutte l’altre iniquità fiorentine fosse possibile il nascondersi agli occhl di Dio, che veggono tutto, non dovrebbe questa una bastare a provocare sopra sé la sua ira? Certo sì. Chi in contrario sia esaltato, giudico che sia onesto il tacere. Sì che, bene ragguardando, non solamente è il presente mondo del sentiero uscito del primo, del quale di sopra toccai, ma ha del tutto nel contrario vòlti i piedi. Per che assai manifesto appare che, se noi e gli altri che in simile modo vivono, contro la sopra toccata sentenzia di Solone, sanza cadere stiamo in piede, niuna altra cosa essere di ciò cagione, se non che o per lunga usanza la natura delle cose è mutata, come sovente veggiamo avvenire, o è speziale miracolo, nel quale, per li meriti d’alcuno nostro passato, Dio contra ogni umano avvedimento ne sostiene, o è la sua pazienzia, la quale forse il nostro riconoscimento attende; il quale se a lungo andare non seguirà, niuno dubiti che la sua ira, la quale con lento passo procede alla vendetta, non ci serbi tanto più grave tormento, che appieno supplisca la sua tardità. Ma, perciò che, come che impunite ci paiono le mal fatte cose, quelle non solamente dobbiamo fuggire, ma ancora, bene operando, d’ammendarle ingegnarci; conoscendo io me essere di quella medesima città, avvegna che picciola parte, della quale, considerati li meriti, la nobiltà e la vertù, Dante Alighieri fu grandissima, e per questo, sì come ciascun altro cittadino, a’ suoi onori sia in solido obbligato come che io a tanta cosa non sia sofficiente, nondimeno secondo la mia picciola facultà, quello che essa dovea verso lui magnificamente fare, non avendolo fatto, m’ingegnerò di far io; non con istatua o con egregia sepoltura, delle quali è oggi appo noi spenta l’usanza, né basterebbono a ciò le mie forze, ma con lettere povere a tanta impresa. Di queste ho, e di queste darò, acciò che igualmente, e in tutto e in parte, non si possa dire fra le nazioni strane, verso cotanto poeta la sua patria essere stata ingrata. E scriverò in istilo assai umile e leggiero, pero che più alto nol mi presta lo ‘ngegno, e nel nostro fiorentino idioma, acciò che da quello, che egli usò nella maggior parte delle sue opere, non discordi, quelle cose le quali esso di sé onestamente tacette: cioè la nobiltà della sua origine, la vita, gli studi, i costumi; raccogliendo appresso in uno l’opere da lui fatte, nelle quali esso sé sì chiaro ha renduto a’ futuri, che forse non meno tenebre che splendore gli daranno le lettere mie, come che ciò non sia di mio intendimento né di volere; contento sempre, e in questo e in ciascun’altra cosa, da ciascun più savio, là dove io difettuosamente parlassi, essere corretto. Il che acciò che non avvenga, umilmente priego Colui che lui trasse per sì alta scala a vedersi, come sappiamo, che al presente aiuti e guidi lo ‘ngegno mio e la debole mano.

II

Patria e maggiori di Dante

Fiorenza, intra l’altre città italiane più nobile, secondo che l’antiche istorie e la comune oppinione de’ presenti pare che vogliano, ebbe inizio da’ Romani; la quale in processo di tempo aumentata, e di popolo e di chiari uomini piena, non solamente città, ma potente cominciò a ciascun circustante ad apparere. Ma qual si fosse, o contraria fortuna o avverso cielo o li loro meriti, agli alti inizii di mutamento cagione, ci è incerto; ma certissimo abbiamo, essa non dopo molti secoli da Attila, crudelissimo re de’ Vandali e generale guastatore quasi di tutta Italia, uccisi prima e dispersi o tutti o la maggior parte di quegli cittadini, che [in] quella erano o per nobiltà di sangue o per qualunque altro stato d’alcuna fama, in cenere la ridusse e in ruine: e in cotale maniera oltre al trecentesimo anno si crede che dimorasse. Dopo il quale termine, essendo non senza cagione di Grecia il romano imperio in Gallia translatato, e alla imperiale altezza elevato Carlo Magno, allora clementissimo re de’ Franceschi, più fatiche passate, credo da divino spirito mosso, alla reedificazione della desolata città lo ‘mperiale animo dirizzò;  da quegli medesimi che prima conditori n’erano stati, come che in picciol cerchio di mura la riducesse, in quanto poté, simile a Roma la fe’ reedificare e abitare; raccogliendovi nondimeno dentro quelle poche reliquie, che si trovarono, de’ discendenti degli antichi scacciati.

Ma intra gli altri novelli abitatori, forse ordinatore della reedificazione, partitore delle abitazioni e delle strade, e datore al nuovo popolo delle leggi opportune, secondo che testimonia la fama, vi venne da Roma un nobilissimo giovane per ischiatta de’ Frangiapani, e nominato da tutti Eliseo; il quale per avventura, poi ch’ebbe la principale cosa, per la quale venuto v’era, fornita, o dall’amore della città nuovamente da lui ordinata, o dal piacere del sito, al quale forse vide nel futuro dovere essere il cielo favorevole, o da altra cagione che si fosse, tratto, in quella divenne perpetuo cittadino, e dietro a sé di figliuoli e di discendenti lasciò non picciola né poco laudevole schiatta: li quali, l’antico sopranome de’ loro maggiori abbandonato, per sopranome presero il nome di colui che quivi loro aveva dato cominciamento, e tutti insieme si chiamâr gli Elisei. De’ quali di tempo in tempo, e d’uno in altro discendendo, tra gli altri nacque e visse uno cavaliere per arme e per senno ragguardevole e valoroso, il cui nome fu Cacciaguida; al quale nella sua giovanezza fu data da’ suoi maggior per isposa una donzella nata degli Aldighieri di Ferrara, così per bellezza e per costumi, come per nobiltà di sangue pregiata, con la quale più anni visse, e di lei generò più figliuoli. E come ché gli altri nominati si fossero, in uno, sì come le donne sogliono esser vaghe di fare, le piacque di rinnovare il nome de’ suoi passati, e nominollo Aldighieri; come che il vocabolo poi, per sottrazione di questa lettera “d” corrotto, rimanesse Alighieri. Il valore di costui fu cagione a quegli che discesero di lui, di lasciare il titolo degli Elisei, e di cognominarsi degli Alighieri; il che ancora dura infino a questo giorno. Del quale, come che alquanti figliuoli e nepoti e de’ nepoti figliuoli discendessero, regnante Federico secondo imperadore, uno ne nacque, il cui nome fu Alighieri, il quale più per la futura prole che per sé doveva esser chiaro; la cui donna gravida, non guari lontana al tempo del partorire, per sogno vide quale doveva essere il frutto del ventre suo; come che ciò non fosse allora da lei conosciuto né da altrui, e oggi, per lo effetto seguìto, sia manifestissimo a tutti. 

Pareva alla gentil donna nel suo sonno essere sotto uno altissimo alloro, sopra uno verde prato, allato ad una chiarissima fonte, e quivi si sentia partorire unofigliuolo, il quale in brevissimo tempo, nutricandosi solo delle orbache, le quali dello alloro cadevano, e delle onde della chiara fonte, le parea che divenisse un pastore, e s’ingegnasse a suo potere d’avere delle fronde dell’albero, il cui frutto l’avea nudrito; e, a ciò sforzandosi, le parea vederlo cadere, e nel rilevarsi non uomo più, ma uno paone il vedea divenuto. Della qual cosa tanta ammirazione le giunse, che ruppe il sonno; né guari di tempo passò che il termine debito al suo parto venne, e partorì uno figliuolo, il quale di comune consentimento col padre di lui per nome chiamaron Dante: e meritamente, perciò che ottimamente, sì come si vedrà procedendo, seguì al nome l’effetto. 

Questi fu quel Dante, del quale è il presente sermone; questi fu quel Dante che a’ nostri seculi fu conceduto di speziale grazia da Dio; questi fu quel Dante, il qual primo doveva al ritorno delle Muse, sbandite d’Italia, aprir la via. Per costui la chiarezza del fiorentino idioma è dimostrata; per costui ogni bellezza di volgar parlare sotto debiti numeri è regolata; per costui la morta poesì meritamente si può dir suscitata: le quali cose, debitamente guardate, lui niuno altro nome che Dante poter degnamente avere avuto dimostreranno.

III

Suoi studi

Nacque questo singulare splendore italico nella nostra città, vacante il romano imperio per la morte di Federigo già detto, negli anni della salutifera incarnazione del Re dell’universo MCCLXV, sedente Urbano papa IV nella cattedra di san Piero, ricevuto nella paterna casa da assai lieta fortuna: lieta dico, secondo la qualità del mondo che allora correa. Ma, quale che ella si fosse, lasciando stare il ragionare della sua infanzia, nella quale assai segni apparirono della futura gloria del suo ingegno, dico che dal principio della sua puerizia, avendo gia li primi elementi delle lettere impresi, non, secondo il costume de’ nobili odierni, si diede alle fanciullesche lascivie e agli ozii, nel grembo della madre impigrendo, ma nella propia patria tutta la sua puerizia con istudio continuo diede alle liberali arti, e in quelle mirabilmente divenne esperto. E crescendo insieme con gli anni l’animo e lo ‘ngegno, non a’ lucrativi studi alli quali generalmente oggi corre ciascuno, si dispose, ma da una laudevole vaghezza di perpetua fama [tratto], sprezzando le transitorie ricchezze, liberamente si diede a volere avere piena notizia delle fizioni poetiche e dell’artificioso dimostramento di quelle. Nel quale esercizio familiarissimo divenne di Virgilio, d’Orazio, d’Ovidio, di Stazio e di ciascuno altro poeta famoso; non solamente avendo caro il conoscergli, ma ancora, altamente cantando, s’ìngegnò d’imitarli, come le sue opere mostrano, delle quali appresso a suo tempo favelleremo. E, avvedendosi le poetiche opere non essere vane o semplici favole o maraviglie, come molti stolti estimano, ma sotto sé dolcissimi frutti di verità istoriografe o filosofiche avere nascosti; per la quale cosa pienamente, sanza le istorie e la morale e naturale filosofia, le poetiche intenzioni avere non si potevano intere; partendo i tempi debitamente, le istorie da sé, e la filosofia sotto diversi dottori s’argomentò, non sanza lungo studio e affanno, d’intendere. E, preso dalla dolcezza del conoscere il vero delle cose racchiuse dal cielo, niuna altra più cara che questa trovandone in questa vita, lasciando del tutto ogni altra temporale sollecitudine, tutto a questa sola si diede. E, acciò che niuna parte di filosofia non veduta da lui rimanesse, nelle profondità altissime della teologia con acuto ingegno si mise. Né fu dalla intenzione l’effetto lontano, perciò che, non curando né caldi né freddi, [né] vigilie né digiuni, né alcun altro corporale disagio, con assiduo studio pervenne a conoscere della divina essenzia e dell’altre separate intelligenzie quello che per umano ingegno qui se ne può comprendere. E così come in varie etadi varie scienze furono da lui conosciute studiando, così in vari studi sotto varii dottori le comprese. 

Egli li primi inizi, sì come di sopra è dichiarato, prese nella propia patria e di quella, sì come a luogo più fertile di tal cibo, n’andò a Bologna; e già vicino alla sua vecchiezza n’andò a Parigi, dove, con tanta gloria di sé, disputando, più volte mostrò l’altezza del suo ingegno, che ancora, narrandosi, se ne maravigliano gli uditori. E di tanti e sì fatti studii non ingiustamente meritò altissimi titoli: perciò che alcuni il chiamarono sempre “poeta”, altri “filosofo”, e molti “teologo”, mentre visse. Ma, perciò che tanto è la vittoria più gloriosa al vincitore, quanto le forze del vinto sono state maggiori, giudico esser convenevole dimostrare, di come  fluttuoso e tempestoso mare costui, gittato ora in qua ora in là, vincendo l’onde parimenti e’ venti contrarii, pervenisse al salutevole  porto de’ chiarissimi titoli già narrati. 

IV

Impedimenti avuti da Dante agli studi

Gli studi generalmente sogliono solitudine e rimozione di sollecitudine e tranquillità d’animo disiderare, e massimamente gli speculativi, a’ quali il nostro Dante, sì come mostrato è, si diede tutto. In luogo della quale rimozione e quiete, quasi dallo inizio della sua vita infino all’ultimo della morte, Dante ebbe fierissima e importabile passione d’amore, moglie, cura familiare e publica, esilio e povertà; l’altre lasciando più particulari [noie], le quali di necessità queste si traggon dietro: le quali, acciò che più appaia della loro gravezza, partitamente convenevole giudico di spiegarle.

V

Amore per Beatrice

Nel tempo nel quale la dolcezza del cielo riveste de’ suoi ornamenti la terra, e tutta per la varietà de’ fiori mescolati fra le verdi frondi la fa ridente, era usanza della nostra città, e degli uomini e delle donne, nelle loro contrade ciascuno in distinte compagnie festeggiare; per la qual cosa, infra gli altri per avventura, Folco Portinari, uomo assai orrevole in que’ tempi tra’ cittadini, il primo dì di maggio aveva i circustanti vicini raccolti nella propia casa a festeggiare, infra li quali era il già nominato Alighieri. Al quale, sì come i fanciulli piccoli, e spezialmente a’ luoghi festevoli, sogliono li padri seguire, Dante, il cui nono anno non era ancora finito, seguìto avea; e quivi mescolato tra gli altri della sua età, de’ quali così maschi come femine erano molti nella casa del festeggiante, servite le prime mense, di ciò che la sua picciola età poteva operare, puerilmente si diede con gli altri a trastullare. 

Era intra la turba de’ giovinetti una figliuola del sopradetto Folco, il cui nome era Bice come che egli sempre dal suo primitivo, cioè Beatrice, la nominasse, la cui età era forse d’otto anni, leggiadretta assai secondo la sua fanciullezza, e ne’ suoi atti gentilesca e piacevole molto, con costumi e con parole assai più gravi e modeste che il suo picciolo tempo non richiedea; e, oltre a questo, aveva le fattezze del viso dilicate molto e ottimamente disposte, e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta vaghezza, che quasi una angioletta era reputata da molti. Costei adunque, tale quale io la disegno, o forse assai più bella, apparve in questa festa, non credo primamente, ma prima possente ad innamorare, agli occhi del nostro Dante: il quale, ancora che fanciul fosse, con tanta affezione la bella imagine di lei ricevette nel cuore, che da quel giorno innanzi, mai, mentre visse, non se ne dipartì. Quale ora, questa si fosse, niuno il sa; ma o conformità di complessioni o di costumi o speziale influenzia del cielo che in ciò operasse, o, sì come noi per esperienza veggiamo nelle feste, per la dolcezza de’ suoni, per la generale allegrezza, per la dilicatezza de’ cibi e de’ vini, gli animi eziandio degli uomini maturi, non che de’ giovinetti, ampliarsi e divenire atti a poter essere leggiermente presi da qualunque cosa che piace; è certo questo esserne divenuto, cioè Dante nella sua pargoletta età fatto d’amore ferventissimo servidore.Ma, lasciando stare il ragionare de’ puerili accidenti, dico che con l’età multiplicarono l’amorose fiamme, intanto che niuna altra cosa gli era piacere o riposo o conforto, se non il vedere costei. Per la qual cosa, ogni altro affare lasciandone, sollecitissimo andava là dovunque credeva potere vederla, quasi del viso e degli occhi di lei dovesse attignere ogni suo bene e intera consolazione. 

Oh insensato giudicio degli amanti! chi altri che essi estimerebbe per aggiugnimento di stipa fare le fiamme minori? Quanti e quali fossero li pensieri, li sospiri, le lagrime e l’altre passioni gravissime poi in più provetta età da lui sostenute per questo amore, egli medesimo in parte il dimostra nella sua Vita nova, e però più distesamente non curo di raccontarle. Tanto solamente non voglio che non detto trapassi, cioè che, secondo che egli scrive e che per altrui, a cui fu noto il suo disio, si ragiona, onestissimo fu questo amore, né mai apparve, o per isguardo o per parola o per cenno, alcuno libidinoso appetito né nello amante né nella cosa amata: non picciola maraviglia al mondo presente, del quale è sì fuggito ogni onesto piacere, e abituatosi l’avere prima la cosa che piace conformata alla sua lascivia che diliberato d’amarla, che in miracolo è divenuto, sì come cosa rarissima, chi amasse altramente. Se tanto amore e sì lungo poté il cibo, i sonni e ciascun’altra quiete impedire, quanto si dee potere estimare lui essere stato avversario agli sacri studi e allo ‘ngegno? Certo non poco; come che molti vogliano lui essere stato incitatore di quello, argomento a ciò prendendo dalle cose leggiadramente nel fiorentino idioma e in rima, in laude della donna amata, e acciò che li suoi ardori e amorosi concetti esprimesse, già fatte da lui; ma certo io nol consento, se io non volessi già affermare l’ornato parlare essere sommissima parte d’ogni scienza; che non è vero. 

VI

Dolore di Dante per la morte di Beatrice

Come ciascuno puote evidentemente conoscere, niuna cosa è stabile in questo mondo; e, se niuna leggiermente ha mutamento, la nostra vita è quella. Un poco di soperchio freddo o di caldo che noi abbiamo, lasciando stare gli altri infiniti accidenti e possibili, da essere a non essere sanza difficultà ci conduce; né da questo gentilezza, ricchezza, giovanezza, né altra mondana dignità è privilegiata; della quale comune legge la gravità convenne a Dante prima per l’altrui morte provare che per la sua. Era quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la bellissima Beatrice, quando, sì come piacque a Colui che tutto puote, essa, lasciando di questo mondo l’angosce, n’andò a quella gloria che li suoi meriti l’avevano apparecchiata. Della qual partenza Dante in tanto dolore, in tanta afflizione, in tante lagrime rimase, che molti de’ suoi più congiunti e parenti ed amici niuna fine a quelle credettero altra che solamente la morte; e questa estimarono dovere essere in brieve, vedendo lui a niuno conforto, a niuna consolazione pòrtagli dare orecchie. Gli giorni erano alle notte iguali e agli giorni le notti; delle quali niuna ora si trapassava senza guai, senza sospiri e senza copiosa quantità di lagrime; e parevano li suoi occhi due abbondantissime fontane d’acqua surgente, intanto che i più si maravigliarono donde tanto umore egli avesse che al suo pianto bastasse. Ma, si come noi veggiamo, per lunga usanza le passioni divenire agevoli a comportare, e similmente nel tempo ogni cosa diminuire e perire; avvenne che Dante infra alquanti mesi apparò a ricordarsi senza lagrime Beatrice esser morta, e con più dritto giudicio, dando alquanto il dolore luogo alla ragione, a conoscere li pianti e li sospiri non potergli, né ancora alcuna altra cosa, rendere la perduta donna. Per la qual cosa con più pazienza s’acconciò a sostenere l’avere perduta la sua presenzia; né guari di spazio passò che, dopo le lasciate lagrime, li sospiri, li quali già erano alla loro fine vicini, cominciarono in gran parte a partirsi sanza tornare. 

Egli era, sì per lo lagrimare, sì per l’afflizione che il cuore sentiva dentro, e sì per lo non avere di sé alcuna cura, di fuori divenuto quasi una cosa salvatica a riguardare: magro, barbuto e quasi tutto trasformato da quello che avanti esser solea; intanto che ‘l suo aspetto, non che negli amici, ma eziandio in ciascun altro che il vedea, a forza di sé metteva compassione; come che egli poco, mentre questa vita così lagrimosa durò, altrui che ad amici veder si lasciasse. 

Questa compassione e dubitanza di peggio facevano li suoi parenti stare attenti a’ suoi conforti; li quali, come alquanto videro le lagrime cessate e conobbero li cocenti sospiri alquanto dare sosta al faticato petto, con le consolazioni lungamente perdute, rincominciarono a sollecitare lo sconsolato; il quale, come che infino a quella ora avesse a tutte ostinatamente tenute le orecchie chiuse, alquanto le cominciò non solamente ad aprire, ma ad ascoltare volentieri ciò che intorno al suo conforto gli fosse detto. La qual cosa veggendo i suoi parenti, acciò che del tutto non solamente de’ dolori il traessero ma il recassero in allegrezza, ragionarono insieme di volergli dar moglie; acciò che, come la perduta donna gli era stata di tristizia cagione, così di letizia gli fosse la nuovamente acquistata. E, trovata una giovane, quale alla sua condizione era decevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono. E, acciò che io particularmente non tocchi ciascuna cosa, dopo lunga tencione, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento seguì l’effetto: e fu sposato. 

VII

Digressione sul matrimonio

Oh menti cieche, oh tenebrosi intelletti, oh argomenti vani di molti mortali, quanto sono le riuscite in assai cose contrarie a’ vostri avvisi, e non sanza ragion le più volte! Chi sarebbe colui che del dolce aere d’Italia, per soperchio caldo, menasse alcuno nelle cucenti arene di Libia a rinfrescarsi, o dell’isola di Cipri, per riscaldarsi, nelle eterne ombre de’ monti Rodopei? qual medico s’ingegnerà di cacciare l’aguta febbre col fuoco, o il freddo delle medolla dell’ossa col ghiaccio o con la neve? Certo niuno altro, se non colui che con nuova moglie crederà l’amorose tribulazion mitigare. Non conoscono quegli, che ciò credono fare, la natura d’amore, né quanto ogni altra passione aggiunga alla sua. Invano si porgono aiuti o consigli alle sue forze, se egli ha ferma radice presa nel cuore di colui che ha lungamente amato. Così come ne’ princìpii ogni picciola resistenza è Iovevole, così nel processo le grandi sogliono essere spesse volte dannose. Ma da ritornare è al proposito, e da concedere al presente che cose sieno, le quali per sé possano l’amorose fatiche fare obliare. 

Che avrà fatto però chi, per trarmi d’uno pensiero noioso, mi metterà in mille molto maggiori e di più noia? Certo niuna altra cosa, se non che per giunta del male che m’avrà fatto, mi farà disiderare di tornare in quello onde m’ha tratto; il che assai spesso veggiamo addivenire a’ più, li quali o per uscire o per essere tratti d’alcune fatiche, ciecamente o s’ammogliano o sono da altrui ammogliati; né prima s’avveggiono, d’uno viluppo usciti, essere intrati in mille, che la pruova, sanza potere, pentendosi, indietro tornare, n’ha data esperienza. Dierono gli parenti e gli amici moglie a Dante, perché le lagrime cessassero di Beatrice. Non so se per questo. come che le lagrime passassero, anzi forse eran passate, sì passò l’amorosa fiamma: ché nol credo; ma, conceduto che si spegnesse, nuove cose e assai poterono più faticose sopravenire. Egli, usato di vegghiare ne’ santi studii, quante volte a grado gli era, con gl’imperadori, co’ re e con qualunque altri altissimi prencipi ragionava; disputava co’ filosofi, e co’ piacevolissimi poeti si dilettava; e l’altrui angosce ascoltando, mitigava le sue. Ora, quanto alla nuova donna piace, è con costoro; e quel tempo, ch’ella vuole tolto da così celebre compagnia, gli conviene ascoltare i femminili ragionamenti, e quegli, se non vuol crescer la noia, contra il suo piacere non solamente acconsentir, ma lodare. Egli, costumato, quante volte la volgar turba gli rincresceva, di ritrarsi in alcuna solitaria parte e, quivi speculando, vedere quale spirito muove il cielo, onde venga la vita agli animali che sono in terra, quali sieno le cagioni delle cose, o premeditare alcune invenzioni peregrine o alcune cose comporre, le quali appo li futuri facessero lui morto viver per fama; ora non solamente dalle contemplazioni dolci è tolto quante volte voglia ne viene alla nuova donna, ma gli conviene essere accompagnato di compagnia male a così fatte cose disposta. Egli, usato liberamente di ridere, di piagnere, di cantare o di sospirare, secondo che le passioni dolci o amare il pungevano, ora o non osa, o gli conviene non che delle maggiori cose, ma d’ogni picciol sospiro rendere alla donna ragione, mostrando che ‘l mosse, donde venne e dove andò; la letizia cagione dell’altrui amore, la tristizia esser del suo odio estimando.

Oh fatica inestimabile, avere con così sospettoso animale a vivere, a conversare, e ultimamente a invecchiare o a morire! Io voglio lasciare stare la sollecitudine nuova e gravissima, la quale si conviene avere a’ non usati (e massimamente nella nostra città), cioè onde vengano i vestimenti, gli ornamenti e le camere piene di superflue dilicatezze, le quali le donne si fanno a credere essere al ben vivere opportune; onde vengano li servi, le serve, le nutrici, le cameriere; onde vengano i conviti, i doni, i presenti che fare si convengono a’ parenti delle novelle spose, a quegli che vogliono che esse credano da loro essere amate; e appresso queste, altre cose assai prima non conosciute da’ liberi uomini; e venire a cose che fuggir non si possono. Chi dubita che della sua donna, che ella sia bella o non bella, non caggia il giudicio nel vulgo? Se bella fia reputata, chi dubita che essa subitamente non abbia molti amadori, de’ quali alcuno con la sua bellezza, altri con la sua nobiltà, e tale con maravigliose lusinghe, e chi con doni, e quale con piacevolezza infestissimamente combatterà il non stabile animo? E quel, che molti disiderano, malagevolmente da alcuno si difende. E alla pudicizia delle donne non bisogna d’essere presa più che una volta, a fare sé infame e i mariti dolorosi in perpetuo. Se per isciagura di chi a casa la si mena, fia sozza, assai aperto veggiamo le bellissime spesse volte e tosto rincrescere; che dunque dell’altre possiamo pensare, se non che, non che esse, ma ancora ogni luogo nel quale esse sieno credute trovare da coloro, a’ quali sempre le conviene aver per loro, è avuto in odio? Onde le loro ire nascono, né alcuna fiera è più né tanto crudele quanto la femmina adirata, né può viver sicuro di sé chi sé commette ad alcuna, alla quale paia con ragione esser crucciata; che pare a tutte. 

Che dirò de’ loro costumi? Se io vorrò mostrare come e quanto essi sieno tutti contrari alla pace e al riposo degli uomini, io tirerò in troppo lungo sermone il mio ragionare; e però uno solo, quasi a tutte generale, basti averne detto. Esse immaginano il bene operare ogni menomo servo ritener nella casa, e il contrario fargli cacciare; per che estimano, se ben fanno, non altra sorte esser la lor che d’un servo: per che allora par solamente loro esser donne, quando, male adoperando, non vengono al fine che’ fanti fanno. Per che voglio io andare dimostrando particularmente quello che gli più sanno? Io giudico che sia meglio il tacersi che dispiacere, parlando, alle vaghe donne. Chi non sa che tutte l’altre cose si pruovano, prima che colui, di cui debbono essere, comperate, le prenda, se non la moglie, accio che prima non dispiaccia che sia menata? A ciascuno che la prende, la conviene avere non tale quale egli la vorrebbe, ma quale la Fortuna gliele concede. E se le cose che di sopra son dette son vere (che il sa chi provate l’ha), possiamo pensare quanti dolori nascondano le camere, li quali di fuori, da chi non ha occhi la cui perspicacità trapassi le mura, sono reputati diletti. Certo io non affermo queste cose a Dante essere avvenute, ché nol so; come che vero sia che, o simili cose a queste, o altre che ne fosser cagione, egli, una volta da lei partitosi, che per consolazione de’ suoi affanni gli era stata data, mai né dove ella fosse volle venire, né sofferse che là dove egli fosse ella venisse giammai; con tutto che di più figliuoli egli insieme con lei fosse parente. Né creda alcuno che io per le su dette cose voglia conchiudere gli uomini non dover tôrre moglie; anzi il lodo molto, ma non a ciascuno. Lascino i filosofanti lo sposarsi a’ ricchi stolti, a’ signori e a’ lavoratori, e essi con la filosofia si dilettino, molto migliore sposa che alcuna altra. 

VIII

Opposte vicende della vita pubblica di Dante

Natura generale è delle cose temporali, l’una l’altra tirarsi di dietro. La familiar cura trasse Dante alla publica, nella quale tanto l’avvilupparono li vani onori che alli publici ofici congiunti sono, che, senza guardare donde s’era partito e dove andava con abbandonate redine, quasi tutto al governo di quella si diede; e fugli tanto in ciò la Fortuna seconda, che niuna legazion s’ascoltava, a niuna si rispondea, niuna legge si fermava, niuna se ne abrogava, niuna pace si faceva, niuna guerra publica s’imprendeva, e brievemente niuna diliberazione, la quale alcuno pondo portasse, si pigliava, s’egli in ciò non dicesse prima la sua sentenzia. In lui tutta la publica fede, in lui ogni speranza, in lui sommariamente le divine cose e l’umane parevano esser fermate. Ma la Fortuna, volgitrice de’ nostri consigli e inimica d’ogni umano stato, come che per alquanti anni nel colmo della sua rota gloriosamente reggendo, il tenesse, assai diverso fine al principio recò a lui, in lei fidantesi di soperchio 

IX

Come la lotta delle parti lo coinvolse

Era al tempo di costui la fiorentina cittadinanza in due parti perversissimamente divisa, e, con l’operazioni di sagacissimi e avveduti prencipi di quelle, era ciascuna assai possente; intanto che alcuna volta l’una e alcuna l’altra reggeva oltre al piacere della sottoposta. A volere riducere a unità il partito corpo della sua republica, pose Dante ogni suo ingegno, ogni arte, ogni studio, mostrando a’ cittadini più savi come le gran cose per la discordia in brieve tempo tornano al niente, e le picciole per la concordia crescere in infinito. Ma, poi che vide essere vana la sua fatica, e conobbe gli animi degli uditori ostinati, credendolo giudicio di Dio, prima propose di lasciar del tutto ogni publico oficio e vivere seco privatamente; poi, dalla dolcezza della gloria tirato e dal vano favor popolesco e ancora dalle persuasioni de’ maggiori,  credendosi, oltre a questo, se tempo gli occorresse, molto più di bene potere operare per la sua città, se nelle cose publiche fosse grande, che a sé privato e da quelle del tutto rimosso (oh stolta vaghezza degli umani splendori, quanto sono le tue forze maggiori, che creder non può chi provati non gli ha!); il maturo uomo e nel santo seno della filosofia allevato, nutricato e ammaestrato, al quale erano davanti dagli occhi i cadimenti de’ re antichi e de’ moderni, le desolazioni de’ regni, delle province e delle città e li furiosi impeti della Fortuna, niuno altro cercanti che l’alte cose, non si seppe o non si poté dalla tua dolcezza guardare. 

Fermossi adunque Dante a volere seguire gli onori caduchi e la vana pompa de’ publici ofici; e, veggendo che per se medesimo non potea una terza parte tenere, la quale, giustissima, la ingiustizia dell’altre due abbattesse, tornandole ad unità, con quella s’accostò nella quale, secondo il suo giudicio, era più di ragione e di giustizia, operando continuamente ciò che salutevole alla sua patria e a’ cittadini conoscea. Ma gli umani consigli le più delle volte rimangon vinti dalle forze del cielo. Gli odii e l’animosità prese, ancora che sanza giusta cagione nati fossoro, di giorno in giorno divenivan maggiori, intanto che, non senza grandissima confusione de’ cittadini, più volte si venne all’arme con intendimento di por fine alla lor lite col fuoco e col ferro: sì accecati dall’ira, che non vedevano sé con quella miseramente perire. Ma, poi che ciascuna delle parti ebbe più volte fatta pruova delle sue forze con vicendevoli danni dell’una e dell’altra; venuto il tempo che gli occulti consigli della minacciante Fortuna si doveano scoprire, la fama, parimente del vero e del falso rapportatrice, nunziando gli avversarii della parte presa da Dante di maravigliosi e d’astuti consigli esser forte e di grandissima moltitudine d’armati, sì gli prencipi de’ collegati di Dante spaventò, che ogni consiglio, ogni avvedimento e ogni argomento cacciò da loro, se non il cercare con fuga la loro salute; co’ quali insieme Dante, in un momento prostrato della sommità del reggimento della sua città, non solamente gittato in terra si vide, ma cacciato di quella. Dopo questa cacciata non molti dì, essendo già stato dal popolazzo corso alle case de’ cacciati, e furiosamente votate e rubate, poi che i vittoriosi ebbero la città riformata secondo il loro giudicio, furono tutti i prencipi de’ loro avversari, e con loro, non come de’ minori ma quasi principale, Dante, sì come capitali nemici della republica dannati a perpetuo esilio, e li loro stabili beni o in publico furon ridotti, o alienati a’ vincitori

X

Si maledice all’ingiusta condanna d’esilio

Questo merito riportò Dante del tenero amore avuto alla sua patria! questo merito riportò Dante dell’affanno avuto in voler tôrre via le discordie cittadine! questo merito riportò Dante dell’avere con ogni sollecitudine cercato il bene, la pace e la tranquillità de’ suoi cittadini! Per che assai manifestamente appare quanto sieno vòti di verità i favori de’ popoli, e quanta fidanza si possa in essi avere. Colui, nel guale poco avanti pareva ogni publica speranza esser posta, ogni affezione cittadina, ogni rifugio populare; subitamente, senza cagione legittima, senza offesa, senza peccato, da quel romore, il quale per addietro s’era molte volte udito le sue laude portare infino alle stelle, è furiosamente mandato in inrevocabile esilio. Questa fu la marmorea statua fattagli ad etterna memoria della sua virtù! con queste lettere fu il suo nome tra quegli de’ padri della patria scritto in tavole d’oro! con così favorevole romore gli furono rendute grazie de’ suoi benefici! Chi sarà dunque colui che, a queste cose guardando, non dica la nostra republica da questo piè non andare sciancata? 

Oh vana fidanza de’ mortali, da quanti esempli altissimi se’ tu continuamente ripresa, ammonita e gastigata! Deh! se Cammillo, Rutilio, Coriolano, e l’uno e l’altro Scipione, e gli altri antichi valenti uomini per la lunghezza del tempo interposto ti sono della memoria caduti, questo ricente caso ti faccia con più temperate redine correr ne’ tuoi piaceri. Niuna cosa ci ha meno stabilita che la popolesca grazia; niuna più pazza speranza, niuno più folle consiglio che quello che a crederle conforta nessuno. Levinsi adunque gli animi al cielo, nella cui perpetua legge, nelli cui eterni splendori, nella cui vera bellezza si potrà senza alcuna oscurità conoscere la stabilità di Colui che lui e le altre cose con ragione muove; acciò che, sì come in termine fisso, lasciando le transitorie cose, in lui si fermi ogni nostra speranza, se trovare non ci vogliamo ingannati. 

XI

La vita del poeta esule sino alla venuta in Italia di Arrigo VII

Uscito adunque in cotal maniera Dante di quella città, della quale egli non solamente era cittadino ma n’erano li suoi maggiori stati reedificatori, e lasciatavi la sua donna, insieme con l’altra famiglia, male per picciola età alla fuga disposta, di lei sicuro, perciò che di consanguinità la sapeva ad alcuno de’ prencipi della parte avversa congiunta, di se medesimo or qua or là incerto, andava vagando per Toscana. Era alcuna particella delle sue possessioni dalla donna col titolo della sua dote dalla cittadina rabbia stata con fatica difesa, de’ frutti della quale essa sé e i piccioli figliuoli di lui assai sottilmente reggeva; per la qual cosa povero, con industria disusata gli convenia il sostentamento di se medesimo procacciare. Oh quanti onesti sdegni gli convenne posporre, più duri a lui che morte a trapassare, promettendogli la speranza questi dover esser brievi, e prossima la tornata! Egli, oltre al suo stimare, parecchi anni, tornato da Verona (dove nel primo fuggire a messer Alberto della Scala n’era ito, dal quale benignamente era stato ricevuto), quando col conte Salvatico in Casentino, quando col marchese Morruello Malespina in Lunigiana, quando con quegli della Faggiuola ne’ monti vicini ad Orbino, assai convenevolmente, secondo il tempo e secondo la loro possibilità, onorato si stette. Quindi poi se n’andò a Bologna, dove poco stato n’andò a Padova, e quindi da capo si ritornò a Verona. Ma poi ch’egli vide da ogni parte chiudersi la via alla tornata, e di dì in dì più divenire vana la sua speranza, non solamente Toscana, ma tutta Italia abbandonata, passati i monti che quella dividono dalla provincia di Gallia, come poté, se n’andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio e della filosofia e della teologia, ritornando ancora in sé dell’altre scienzie ciò che forse per gli altri impedimenti avuti se ne era partito. E in ciò il tempo studiosamente spendendo, avvenne che oltre al suo avviso, Arrigo, conte di Luzimborgo, con volontà e mandato di Clemente papa V, il quale allora sedea, fu eletto in re de’ Romani, e appresso coronato imperadore. Il quale sentendo Dante della Magna partirsi per soggiogarsi Italia, alla sua maestà in parte rebelle, e già con potentissimo braccio tenere Brescia assediata, avvisando lui per molte ragioni dovere essere vincitore, prese speranza con la sua forza e dalla sua giustizia di potere in Fiorenza tornare, come che a lui la sentisse contraria. Per che ripassate l’Alpi, con molti nemici di Fiorentini e di lor parte congiuntosi, e con ambascerie e con lettere s’ingegnarono di tirare lo ‘mperadore da l’assedio di Brescia, acciò che a Fiorenza il ponesse, sì come a principale membro de’ suoi nemici; mostrandogli che, superata quella, niuna fatica gli restava, o piccola, ad avere libera ed espedita la possessione e il dominio di tutta Italia. E come che a lui e agli altri a ciò tenenti venisse fatto il trarloci, non ebbe perciò la sua venuta il fine da loro avvisato: le resistenze furono grandissime, e assai maggiori che da loro avvisate non erano; per che, senza avere niuna notevole cosa operata, lo ‘mperadore, partitosi quasi disperato, verso Roma drizzò il suo cammino. E come che in una parte e in altra più cose facesse, assai ne ordinasse e molte di farne proponesse, ogni cosa ruppe la troppo avacciata morte di lui: per la qual morte generalmente ciascuno che a lui attendea disperatosi, e massimamente Dante, sanza andare di suo ritorno più avanti cercando, passate l’alpi d’Appennino, se ne andò in Romagna, là dove l’ultimo suo dì, e che alle sue fatiche doveva por fine, l’aspettava. 

XII

Dante ospite di Guido Novel da Polenta

Era in que’ tempi signore di Ravenna, famosa e antica città di Romagna, uno nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel da Polenta; il quale, ne’ liberali studii ammaestrato, sommamente i valorosi uomini onorava, e massimamente quegli che per iscienza gli altri avanzavano. Alle cui orecchie venuto Dante, fuori d’ogni speranza, essere in Romagna, avendo egli lungo tempo avanti per fama conosciuto il suo valore,  in tanta disperazione, si dispose di riceverlo e d’onorarlo. Né aspettò di ciò da lui essere richiesto, ma con liberale animo, considerata qual sia a’ valorosi la vergogna del domandare, e con proferte, gli si fece davanti, richiedendo di spezial grazia a Dante quello ch’egli sapeva che Dante a lui dovea dimandare: cioè che seco li piacesse di dover essere. Concorrendo adunque i due voleri ad un medesimo fine, e del domandato e del domandatore, e piacendo sommamente a Dante la liberalità del nobile cavaliere, e d’altra parte il bisogno strignendolo, senza aspettare più inviti che ‘l primo, se n’andò a Ravenna, dove onorevolmente dal signore di quella ricevuto, e con piacevoli conforti risuscitata la caduta speranza, copiosamente le cose opportune donandogli, in quella seco per più anni il tenne, anzi infino a l’ultimo della vita di lui. 

XIII

Sua perseveranza al lavoro

Non poterono gli amorosi disiri, né le dolenti lagrime, né la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria de’ publici ofici, né il miserabile esilio, né la intollerabile povertà giammai con le lor forze rimuovere il nostro Dante dal principale intento, cioè da’ sacri studii; perciò che, sì come si vederà dove appresso partitamente dell’opere da lui fatte si farà menzione, egli, nel mezzo di qualunque fu più fiera delle passioni sopra dette, si troverà componendo essersi esercitato. E se, ostanti cotanti e così fatti avversarii, quanti e quali di sopra sono stati mostrati, egli per forza d’ingegno e di perseveranza riuscì chiaro qual noi veggiamo, che si può sperare che esso fosse divenuto, avendo avuti altrettanti aiutatori, o almeno niuno contrario, o pochissimi, come hanno molti? Certo, io non so; ma se licito fosse a dire, io direi ch’egli fosse in terra divenuto uno Iddio.

XIV

Grandezza del poeta volgare – Sua morte

Abitò adunque Dante in Ravenna, tolta via ogni speranza di ritornare mai in Firenze, (come che tolto non fosse il disio), più anni sotto la protezione del grazioso signore; e quivi con le sue dimostrazioni fece più scolari in poesia e massimamente nella volgare; la quale, secondo il mio giudicio, egli primo non altramenti fra noi Italici esaltò e recò in pregio, che la sua Omero tra’ Greci o Virgilio tra’ Latini. Davanti a costui, come che per poco spazio d’anni si creda che innanzi trovata fosse, niuno fu che ardire o sentimento avesse, dal numero delle sillabe e dalla consonanza delle parti estreme in fuori, di farla essere strumento d’alcuna artificiosa materia; anzi solamente in leggerissime cose d’amore con essa s’esercitavano. Costui mostrò con effetto con essa ogni alta materia potersi trattare, e glorioso sopra ogni altro fece il volgar nostro. 

Ma, poi che la sua ora venne segnata a ciascheduno, essendo egli già nel mezzo o presso del cinquantesimo sesto suo anno infermato, e secondo la cristiana religione ogni ecclesiastico sacramento umilmente e con divozione ricevuto, e a Dio per contrizione d’ogni cosa commessa da lui contra al suo piacere, sì come da uomo, riconciliatosi; del mese di settembre negli anni di Cristo MCCCXXI, nel dì che la esaltazione della santa Croce si celebra dalla Chiesa, non sanza grandissimo dolore del sopra detto Guido, e generalmente di tutti gli altri cittadini ravignani, al suo Creatore rendé il faticato spirito; il quale non dubito che ricevuto non fosse nelle braccia della sua nobilissima Beatrice, con la quale nel cospetto di Colui ch’è sommo bene, lasciate le miserie della presente vita, ora lietissimamente vive in quella, alla cui felicità fine giammai non s’aspetta. 

XV

Sepoltura e onori funebri

Fece il magnanimo cavaliere il morto corpo di Dante d’ornamenti poetici sopra uno funebre letto adornare; e quello fatto portare sopra gli omeri de’ suoi cittadini più solenni infino al luogo de’ frati minori in Ravenna, con quello onore che a sì fatto corpo degno estimava, infino quivi quasi con publico pianto seguitolo, in una arca lapidea, nella quale ancora giace, il fece porre. E, tornato alla casa nella quale Dante era prima abitato, secondo il ravignano costume, esso medesimo, sì a commendazione dell’alta scienzia e della vertù del defunto, e sì a consolazione de’ suoi amici, li quali egli avea in amarissima vita lasciati, fece uno ornato e lungo sermone; disposto, se lo stato e la vita fossero durati, di sì egregia sepoltura onorarlo, che, se mai alcuno altro suo merito non l’avesse memorevole renduto a’ futuri, quella l’avrebbe fatto. 

XVI

Gara di poeti per l’epitafio di Dante

Questo laudevole proponimento infra brieve spazio di tempo fu manifesto ad alquanti, li quali in quel tempo erano in poesì solennissimi in Romagna; per che ciascuno sì per mostrare la sua sofficienzia, sì per rendere testimonianza della portata benivolenzia da loro al morto poeta, sì per cattare la grazia e l’amore del signore, il quale ciò sapevano disiderare, ciascuno per sé fece versi, li quali, posti per epitafio alla futura sepultura, con debite lode facessero la posterità certa chi dentro da essa giacesse; e al magnifico signore gli mandarono. Il quale con gran peccato della Fortuna, non dopo molto tempo, toltogli lo Stato, si morì a Bologna; per la qual cosa e il fare il sepolcro e il porvi li mandati versi si rimase. Li quali versi stati a me mostrati poi più tempo appresso, e veggendo loro [non] avere  avuto luogo per lo caso già dimostrato, pensando le presenti cose per me scritte, come che sepoltura non sieno corporale, ma sieno, sì come quella sarebbe stata, perpetue conservatrici della colui memoria; imaginai non essere sconvenevole quegli aggiugnere a queste cose. Ma, perciò che più che quegli che l’uno di coloro avesse fatti (che furon più) non si sarebbero ne’ marmi intagliati, così solamente quegli d’uno qui estimai che fosser da scrivere; per che, tutti meco esaminatigli, per arte e per intendimento più degni estimai che fossero quattordici fattine da maestro Giovanni del Virgilio bolognese, allora famosissimo e gran poeta, e di Dante stato singularissimo amico; li quali sono questi appresso scritti: 

XVII

Epitafio

Theologus Dantes, nullius dogmatis expers, quod foveat claro philosophya sinu: gloria musarum, vulgo gratissimus auctor, 

hic iacet, et fama pulsat utrumque polum:

qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis 

distribuit, laycis rhetoricisque modis.

Pascua Pyeriis demum resonabat avenis; 

Amtropos heu letum livida rupit opus.

Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum, 

exilium, vati patria cruda suo.

Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli 

gaudet honorati continuisse ducis,

mille trecentenis ter septem Numinis annis, 

ad sua septembris ydibus astral redit.

XVIII

Rimprovero ai fiorentini

Oh ingrata patria, quale demenzia, qual trascutaggine ti teneva, quando tu il tuo carissimo cittadino, il tuo benefattore precipuo, il tuo unico poeta con crudeltà disusata mettesti in fuga, o poscia tenuta t’ha? Se forse per la comune furia di quel tempo mal consigliata ti scusi; ché, tornata, cessate l’ire, la tranquillità dell’animo, ripentùtati del fatto, nol rivocasti? Deh! non ti rincresca lo stare con meco, che tuo figliuol sono, alquanto a ragione, e quello che giusta indegnazione mi fa dire, come da uomo che ti rammendi disidera e non che tu sii punita, piglierai. Parti  egli essere gloriosa di tanti titoli e di tali, che tu quello uno del quale non hai vicina città che di simile si possa esaltare, tu abbi voluto da te cacciare? Deh! dimmi: di qua’ vittorie, di qua’ triunfi, di quali eccellenzie, di quali valorosi cittadini se’ tu splendente? Le tue ricchezze, cosa mobile e incerta, le tue bellezze, cosa fragile e caduca, le tue dilicatezze, cosa vituperevole e feminile, ti fanno nota nel falso giudicio de’ popoli, il quale più ad apparenza che ad esistenza sempre riguarda. Deh! gloriera’ti tu dè’ tuoi mercatanti e de’ molti artisti, donde tu se’ piena? Scioccamente farai: l’uno fu, continuamente l’avarizia operando, lo mestiere servile; l’arte, la quale un tempo nobilitata fu dagl’ingegni, intanto che una seconda natura la fecero, dall’avarizia medesima è oggi corrotta, e niente vale. Gloriera’ti tu della viltà e ignavia di coloro li quali, perciò che di molti loro avoli si ricordano, vogliono dentro da te della nobiltà ottenere il principato, sempre con ruberie e con tradimenti e con falsità contra quella operanti? Vana gloria sarà la tua, e da coloro, le cui sentenzie hanno fondamento debito e stabile fermezza, schernita. Ahi! misera madre, apri gli occhi e guarda con alcuno rimordimento a quello che tu facesti; e vergógnati almeno, essendo reputata savia come tu se’, d’avere avuta ne’ falli tuoi falsa elezione! Deh! se tu da te non avevi tanto consiglio, perché non imitavi tu gli atti di quelle città, le quali ancora per le loro laudevoli opere son famose? Atene, la quale fu l’uno degli occhi di Grecia, allora che in quella era la monarcia del mondo, per iscienzia, per eloquenzia e per milizia splendida parimente; Argos, ancora pomposa per li titoli de’ suoi re; Smirna a noi reverenda in perpetuo per Niccolaio suo pastore; Pilos, notissima per lo vecchio Nestore; Chimi, Chios e Colofon, città splendidissime per addietro, tutte insieme, qualora più gloriose furono, non si vergognarono né dubitarono d’avere agra quistione della origine del divino poeta Omero, affermando ciascuna lui di sé averla tratta; e sì ciascuna fece con argomenti forte la sua intenzione, che ancora la quistion vive; né è certo donde si fosse, perché parimente di cotal cittadino così l’una come l’altra ancor si gloria. E Mantova, nostra vicina, di quale altra cosa l’è più alcuna fama rimasa, che l’essere stato Virgilio mantovano? il cui nome hanno ancora in tanta reverenzia, e sì è appo tutti accettevole, che non solamente ne’ publici luoghi, ma ancora in molti privati si vede la sua imagine effigiata; mostrando in ciò che, non ostante che il padre di lui fosse lutifigolo, esso di tutti loro sia stato nobilitatore. Sulmona d’Ovidio, Venosa d’Orazio, Aquino di Iovenale, e altre molte, ciascuna si gloria del suo, e della loro sufficienzia fanno quistione. L’esemplo di queste non t’era vergogna di seguitare; le quali non è verisimile sanza cagione essere state e vaghe e tènere di cittadini così fatti. Esse conobbero quello che tu medesima potevi conoscere e puoi: cioè che le costoro perpetue operazioni sarebbero ancora dopo la lor ruina ritenitrici eterne del nome loro: così come al presente divulgate per tutto il mondo le fanno conoscere a coloro che non le vider giammai. Tu sola, non so da qual cechità adombrata, hai voluto tenere altro cammino, e, quasi molto da te lucente, di questo splendore non hai curato: tu sola, quasi i Camilli, i Publicoli, i Torquati, i Fabrizi, i Catoni, i Fabii e gli Scipioni con le loro magnifiche opere ti facessero famosa e in te fossero, non solamente, avendoti lasciato l’antico tuo cittadino Claudiano cadere de le mani, non hai avuto del presente poeta cura; ma l’hai da te cacciato, sbandito e privatolo, se tu avessi potuto, del tuo sopranome. Io non posso fuggire di vergognarmene in tuo servigio. Ma ecco: non la Fortuna, ma il corso della natura delle cose è stato al tuo disonesto appetito favorevole in tanto, in quanto quello che tu volentieri, bestialmente bramosa, avresti fatto se nelle mani ti fosse venuto, cioè uccisolo, egli con la sua etterna legge l’ha operato. Morto è il tuo Dante Alighieri in quello esilio che tu ingiustamente, del suo valore invidiosa, gli desti. Oh peccato da non ricordare, che la madre alle virtù d’alcuno suo figliuolo porti livore! Ora adunque se’ di sollicitudine libera, ora per la morte di lui vivi ne’ tuoi difetti sicura, e puoi alle tue lunghe e ingiuste persecuzioni porre fine. Egli non ti può far, morto, quello che mai, vivendo, non t’avria fatto; egli giace sotto altro cielo che sotto il tuo, né più dèi aspettar di vederlo giammai, se non quel dì, nel quale tutti li tuoi cittadini veder potrai, e le lor colpe da giusto giudice esaminate e punite.

Adunque se gli odii, l’ire e le inimicizie cessano per la morte di qualunque è che muoia, come si crede, comincia a tornare in te medesima e nel tuo diritto conoscimento; comincia a vergognarti d’avere fatto contra la tua antica umanità; comincia a volere apparire madre e non più inimica; concedi le debite lagrime al tuo figliuolo; concedigli la materna pietà; e colui, il quale tu rifiutasti, anzi cacciasti vivo sì come sospetto, disidera almeno di riaverlo morto; rendi la tua cittadinanza, il tuo seno, la tua grazia alla sua memoria. In verità, quantunque tu a lui ingrata e proterva fossi,egli sempre come figliuolo ebbe te in reverenza, né mai di quello onore che per le sue opere seguire ti dovea, volle privarti, come tu lui della tua cittadinanza privasti. Sempre fiorentino, quantunque l’esilio fosse lungo, si nominò e volle essere nominato, sempre ad ogni altra ti prepose, sempre t’amò. Che dunque farai? starai sempre nella tua iniquità ostinata? sarà in te meno d’umanità che ne’ barbari, li quali troviamo non solamente aver li corpi delli loro morti raddomandati, ma per riavergli essersi virilmente disposti a morire? Tu vuogli che ‘l mondo creda te essere nepote della famosa Troia e figliuola di Roma: certo, i figliuoli deono essere a’ padri e agli avoli simiglianti. Priamo nella sua miseria non solamente raddomandò il corpo del morto Ettore, ma quello con altrettanto oro ricomperò. Li Romani, secondo che alcuni pare che credano, feciono da Miturna venire l’ossa del primo Scipione, da lui a loro con ragione nella sua morte vietate. E come che Ettore fosse con la sua prodezza lunga difesa de’ Troiani, e Scipione liberatore non solamente di Roma, ma di tutta Italia (delle quali due cose forse così propiamente niuna si può dire di Dante), egli non è perciò da posporre; niuna volta fu mai che l’armi non dessero luogo alla scienzia. Se tu primieramente, e dove più si sarìa convenuto, l’esemplo e l’opere delle savie città non imitasti, ammenda al presente, seguendole. Niuna delle sette predette fu che o vera o fittizia sepultura non facesse ad Omero. E chi dubita che i Mantovani, li quali ancora in Piettola onorano la povera casetta e i campi che fûr di Virgilio, non avessero a lui fatta onorevole sepoltura, se Ottaviano Augusto, il quale da Brandizio a Napoli le sue ossa avea trasportate, non avesse comandato quello luogo dove poste l’avea, volere loro essere perpetua requie? Sermona niuna altra cosa pianse lungamente, se non che l’isola di Ponto tenga in incerto luogo il suo Ovidio; e così di Cassio Parma si rallegra tenendolo. Cerca tu adunque di volere essere del tuo Dante guardiana; raddomandalo; mostra questa umanità, presupposto che tu non abbi voglia di riaverlo; togli a te medesima con questa fizione parte del biasimo per addietro acquistato: raddomandalo. Io son certo ch’egli non ti fia renduto; e ad una ora ti sarai mostrata pietosa, e goderai, non riavendolo, della tua innata crudeltà. Ma a che ti conforto io? Appena che io creda, se i corpi morti possono alcuna cosa sentire, che quello di Dante si potesse partire di là dove è, per dovere a te tornare. Egli giace con compagnia troppo più laudevole che quella che tu gli potessi dare. Egli giace in Ravenna, molto più per età veneranda di te; e come che la sua vecchiezza alquanto la renda deforme, ella fu nella sua giovanezza troppo più florida che tu non se’. Ella è quasi un generale sepolcro di santissimi corpi, né niuna parte in essa si calca, dove su per reverendissime ceneri non si vada. Chi dunque disidererebbe di tornare a te per dovere giacere fra le tue, le quali si può credere che ancora servino la rabbia e l’iniquità nella vita avute, e male concorde insieme si fuggano l’una da l’altra, non altramenti che facessero le fiamme de’ due Tebani? E come che Ravenna già quasi tutta del prezioso sangue di molti martiri si bagnasse, e oggi con reverenzia servi le loro reliquie, e similmente i corpi di molti magnifici imperadori e d’altri uomini chiarissimi e per antichi avoli e per opere virtuose, ella non si rallegra poco d’esserle stato da Dio, oltre a l’altre sue dote, conceduto d’essere perpetua guardiana di così fatto tesoro, come è il corpo di colui, le cui opere tengono in ammirazione tutto il mondo, e del quale tu non ti se’ saputa far degna. Ma certo egli non è tanta l’allegrezza d’averlo, quanta la invidia ch’ella ti porta che tu t’intitoli della sua origine, quasi sdegnando che dove ella sia per l’ultimo dì di lui ricordata, tu allato a lei sii nominata per lo primo. E perciò con la tua ingratitudine ti rimani, e Ravenna de’ tuoi onori lieta si glorii tra’ futuri. 

XIX

Breve ricapitolazione

Cotale, quale di sopra è dimostrata, fu a Dante la fine della vita faticata da’ vari studii; e, perciò che assai convenevolmente le sue fiamme, la familiare e la publica sollecitudine e il miserabile esilio e la fine di lui mi pare avere secondo la mia promessa mostrate, giudico sia da pervenire a mostrare della statura del corpo, dell’abito, e generalmente de’ più notabili modi servati nella sua vita da lui; da quegli poi immediatamente vegnendo all’opere degne di nota, compilate da esso nel tempo suo, infestato da tanta turbine quanta di sopra brievemente è dichiarata.

XX

Fattezze e costumi di Dante

Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, e era il suo andare grave e mansueto, d’onestissimi panni sempre vestito in quell’abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona ,essendo già divulgata pertutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua Comedia, la quale egli intitola Inferno, e esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando egli davanti a una porta dove più donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all’altre: <<Donne, vedete colui che va nell’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che là giù sono?>> Alla quale una dell’altre rispose semplicemente: <<In verità tu dèi dir vero: non vedi tu com’egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è là giù?>>. Le quali parole udendo egli dir dietro a sé, e conoscendo che da pura credenza delle donne venivano, piacendogli, e quasi contento ch’esse in cotale oppinione fossero, sorridendo alquanto, passò avanti. 

Ne’ costumi domestici e publici mirabilemente fu ordinato e composto, e in tutti più che alcuno altro cortese e civile. 

Nel cibo e nel poto fu modestissimo, sì in prenderlo all’ore ordinate e sì in non trapassare il segno della necessità, quel prendendo; né alcuna curiosità ebbe mai più in uno che in uno altro: li dilicati lodava, e il più si pasceva di grossi, oltre modo biasimando coloro, li quali gran parte del loro studio pongono e in avere le cose elette e quelle fare con somma diligenzia apparare; affermando questi cotali non mangiare per vivere, ma più tosto vivere per mangiare. 

Niuno altro fu più vigilante di lui e negli studii e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse; intanto che più volte e la sua famiglia e la donna se ne dolfono, prima che, a’ suoi costumi adusate, ciò mettessero in non calere .

Rade volte, se non domandato, parlava, e quelle pesatamente e con voce conveniente alla materia di che diceva; non pertanto, là dove si richiedeva, eloquentissimo fu e facundo, e con ottima e pronta prolazione.

Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovanezza, e a ciascuno che a que’ tempi era ottimo cantatore o sonatore fu amico e ebbe sua usanza; e assai cose, da questo diletto tirato, compose, le quali di piacevole e maestrevole nota a questi cotali facea rivestire. 

Quanto ferventemente esso fosse ad amor sottoposto, assai chiaro è già mostrato. Questo amore è ferma credenza di tutti che fosse movitore del suo ingegno a dovere, prima imitando, divenir dicitore in volgare; poi, per vaghezza di più solennemente mostrare le sue passionie, di gloria, sollecitamente esercitandosi in quella, non solamente passò ciascuno suo contemporaneo, ma intanto la dilucidò e fece bella, che molti allora e poi di dietro a sé n’ha fatti e farà vaghi d’essere esperti.

Dilettossi similemente d’essere solitario e rimoto dalle genti, acciò che le sue contemplazioni non gli fossero interrotte; e se pure alcuna che molto piaciuta gli fosse ne gli veniva, essendo esso tra gente, quantunque d’alcuna cosa fosse stato addomandato, giammai infino a tanto che egli o fermata o dannata la sua imaginazione avesse, non avrebbe risposto al dimandante: il che molte volte, essendo egli alla mensa, e essendo in cammino con compagni, e in altre parti, domandato, gli avvenne. 

Ne’ suoi studi fu assiduissimo, quanto è quel tempo che ad essi si disponea, intanto che niuna novità che s’udisse da quegli il poteva rimuovere. E, secondo che alcuni degni di fede raccontano di questo darsi tutto a cosa che gli piacesse, egli, essendo una volta tra l’altre in Siena, e avvenutosi per accidente alla stazzone d’uno speziale, e quivi statogli recato uno libretto davanti promessogli, e tra’ valenti uomini molto famoso, né da lui stato giammai veduto, non avendo per avventura spazio di portarlo in altra parte, sopra la panca che davanti allo speziale era, si pose col petto, e, messosi il libretto davanti, quello cupidissimamente cominciò a vedere. E come che poco appresso in quella contrada stessa, e dinanzi da lui, per alcuna general festa de’ Sanesi, s’ incominciasse da gentili giovani e facesse una grande armeggiata, e con quella grandissimi romori da’ circustanti (sì come in cotali casi con istrumenti varii e con voci applaudenti suol farsi), e altre cose assai v’avvenissero da dover tirare altrui a vedersi, sì come balli di vaghe donne e giuochi molti di giovani; mai non fu alcuno che muovere quindi il vedesse, né alcuna volta levare gli occhi dal libro: anzi, postovisi quasi ad ora di nona, prima fu passato vespro, e tutto l’ebbe veduto e quasi sommariamente compreso, che egli da ciò si levasse; affermando poi ad alcuni, che il domandavano come s’era potuto tenere di riguardare a così bella festa come davanti a lui s’era fatta, sé niente averne sentito: per che alla prima maraviglia non indebitamente la seconda s’aggiunse a’ dimandanti. 

Fu ancora questo poeta di maravigliosa capacità e di memoria fermissima e di perspicace intelletto, intanto che, essendo egli a Parigi, e quivi sostenendo in una disputazione de quolibet che nelle scuole della teologia si facea, quattordici quistioni da diversi valenti uomini e di diverse materie, con gli loro argomenti pro e contra fatti dagli opponenti, senza mettere in mezzo raccolse, e ordinatamente, come poste erano state, recitò; quelle poi, seguendo quello medesimo ordine, sottilmente solvendo e rispondendo agli argomenti contrari. La qual cosa quasi miracolo da tutti i circustanti fu reputata. 

D’altissimo ingegno e di sottile invenzione fu similmente, sì come le sue opere troppo più manifestano agl’intendenti che non potrebbono fare le mie lettere.

Vaghissimo fu e d’onore e di pompa per avventura più che alla sua inclita virtù non si sarebbe richiesto. Ma che? qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tocca? E per questa vaghezza credo che oltre ad ogni altro studio amasse la poesia, veggendo, come che la filosofia ogni altra trapassi di nobiltà, la eccellenzia di quella con pochi potersi comunicare, e esserne per lo mondo molti famosi; e la poesia più essere apparente e dilettevole a ciascuno, e li poeti rarissimi. E perciò, sperando per la poesì allo inusitato e pomposo onore della coronazione dell’alloro poter pervenire, tutto a lei si diede e istudiando e componendo. E certo il suo disiderio veniva intero, se tanto gli fosse stata la Fortuna graziosa, che egli fosse giammai potuto tornare in Firenze, nella quale sola sopra le fonti di San Giovanni s’era disposto di coronare; acciò che quivi, dove per lo battesimo aveva preso il primo nome, quivi medesimo per la coronazione prendesse il secondo. Ma così andò che, quantunque la sua sufficienza fosse molta, e per quella in ogni parte, ove piaciuto gli fosse, avesse potuto l’onore della laurea pigliare (la quale non iscienzia accresce, ma è dell’acquistata certissimo testimonio e ornamento); pur, quella tornata, che mai non doveva essere, aspettando, altrove pigliar non la volle; e cosi, senza il molto disiderato onore avere, si morì. Ma, percio che spessa quistione si fa tra le genti, e che cosa sia la poesì e che il poeta, e donde sia questo nome venuto e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare essere stato mostrato; mi piace qui di fare alcuna transgressione, nella quale io questo alquanto dichiari, tornando, come più tosto potrò, al proposito.

XXI

Disgressione su”origine della poesia

La prima gente ne’ primi secoli, come che rozzissima e inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio, sì come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a ciascuno. La quale veggendo il cielo muoversi con ordinata legge continuo, e le cose terrene avere certo ordine e diverse operazioni in diversi tempi, pensarono di necessità dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero, e che tutte l’altre ordinasse, sì come superiore potenzia da niun’altra potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, s’immaginarono quella, la quale <<divinità>> ovvero <<deità>> nominarono, con ogni cultivazione, con ogni onore e con più che umano servigio esser da venerare. E perciò ordinarono, a reverenza del nome di questa suprema potenzia, ampissime ed egregie case, le quali ancora estimarono fossero da separare così di nome, come di forma separate erano, da quelle che generalmente per gli uomini si abitavano; e nominaronle <<templi>>. E similmente avvisarono doversi ministri, li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a’ divini servigi vacassero, per maturità, per età e per abito, più che gli altri uomini, reverendi; gli quali appellarono <<sacerdoti>>. E oltre a questo, in rappresentamento della immaginata essenzia divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a’ servigi di quella vasellamenti d’oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai pertinenti a’ sacrificii per loro istabiliti. E, acciò che a questa cotale potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d’alto suono essa fosse da umiliare e alle loro necessità rendere propizia. E così come essi estimavano questa eccedere ciascuna altra cosa di nobilità, così vollono che, di lungi da ogni plebeio o publico stilo di parlare, si trovassero parole degne di ragionare dinanzi alla divinità, nelle quali le si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, acciò che queste parole paressero avere più d’efficacia, vollero che fossero sotto legge di certi numeri composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia. E certo, questo non in volgar forma o usitata, ma con artificiosa ed esquisita e nuova convenne che si facesse. La qual forma li greci appellano poetes; laonde nacque, che quello che in cotale forma fatto fosse s’appellasse poesis; e quegli, che ciò facessero o cotale modo di parlare usassono, si chiamassero “poeti”. 

Questa adunque fu la prima origine del nome della poesia, e per consequente de’ poeti, come che altri n’assegnino altre ragioni, forse buone: ma questa mi piace più. 

Questa buona e laudevole intenzione della rozza età mosse molti a diverse invenzioni nel mondo multiplicante per apparere; e dove i primi una sola deità onoravano, mostrarono i seguenti molte esserne, come che quella una dicessono oltre ad ogni altra ottenere il principato; le quali molte vollero che fossero il Sole, la Luna, Saturno, Iove e ciascuno degli altri de’ sette pianeti, dagli loro effetti dando argomento alla loro deità; e da questi vennero a mostrare ogni cosa utile agli uomini, quantunque terrena fosse, deità essere, sì come il fuoco, l’acqua, la terra e simiglianti. Alle quali tutte e versi e onori e sacrificii s’ordinarono. E poi susseguentemente cominciarono diversi in diversi luoghi, chi con uno ingegno, chi con un altro, a farsi sopra la moltitudine indòtta della sua contrada maggiori; diffinendo le rozze quistioni, non secondo scritta legge, ché non l’aveano ancora, ma secondo alcuna naturale equità della quale più uno che un altro era dotato; dando alla loro vita e alli loro costumi ordine, dalla natura medesima più illuminati; resistendo con le loro corporali forze alle cose avverse possibili ad avvenire; e a chiamarsi <<re>>, e mostrarsi alla plebe e con servi e con ornamenti non usati infino a que’ tèmpi dagli uomini; a farsi ubbidire; e ultimamente a farsi adorare. Il che, solo che fosse chi ‘l presumesse, sanza troppa difflcultà avvenia: perciò che a’ rozzi popoli parevano, così vedendogli, non uomini ma iddii. Questi cotali, non fidandosi tanto delle lor forze, cominciarono ad aumentare le religioni, e con la fede di quelle ad impaurire i suggetti e a strignere con sacramenti alla loro obbedienza quegli li quali non vi si sarebbono potuti con forza costrignere. E oltre a questo diedono opera a deificare li lor padri, li loro avoli e li loro maggiori, acciò che più fossero e temuti e avuti in reverenzia dal vulgo. Le quali cose non si poterono comodamente fare senza l’oficio de’ poeti, li quali, sì per ampliare la loro fama, sì per compiacere a’ prencipi, sì per dilettare i sudditi, e sì per persuadere il virtuosamente operare, a ciascuno-quello che con aperto parlare saria suto della loro intenzione contrario- con fizioni varie e maestrevoli, male da’ grossi oggi non che a quel tempo intese, facevano credere quello che li prencipi volevan che si credesse; servando negli nuovi iddii e negli uomini, gli quali degl’iddii nati fingevano, quello medesimo stile che nel vero Iddio solamente e nel suo lusingarlo avevan gli primi usato. Da questo si venne allo adequare i fatti de’ forti uomini a quegli degl’iddii; donde nacque il cantare con eccelso verso le battaglie e gli altri notabili fatti degli uomini mescolatamente con quegli degl’iddii; il quale e fu ed è oggi, insieme con l’altre cose di sopra dette, uficio ed esercizio di ciascuno poeta. E perciò che molti non intendenti credono la poesia niuna altra cosa essere che solamente un fabuloso parlare, oltre al promesso mi piace brievemente quella essere teologia dimostrare, prima ch’io vegna a dire perché di lauro si coronino i poeti. 

XXII

Difesa della poesia

Se noi vorremo por giù gli animi e con ragion riguardare, io mi credo che assai leggiermente potremo vedere gli antichi poeti avere imitate, tanto quanto a lo ‘ngegno umano è possibile, le vestigie dello Spirito Santo; il quale, sì come noi nella divina Scrittura veggiamo, per la bocca di molti i suoi altissimi secreti revelò a’ futuri, facendo loro sotto velame parlare ciò che a debito tempo per opera, senza alcuno velo, intendeva di dimostrare. Imperciò che essi, se noi ragguarderemo ben le loro opere, acciò che lo imitatore non paresse diverso dallo imitato, sotto coperta d’alcune fizioni, quello che stato era, o che fosse al loro tempo presente, o che disideravano o che presummevano che nel futuro dovesse avvenire, discrissono; per che, come che ad uno fine l’una scrittura e l’altra non riguardasse, ma solo al modo del trattare, al che più guarda al presente l’animo mio, ad amendune si potrebbe dare una medesima laude, usando di Gregorio le parole. Il quale della sacra Scrittura dice ciò che ancora della poetica dir si puote: cioè che essa in uno medesimo sermone, narrando, apre il testo e il misterio a quel sottoposto; e così ad un’ora coll’uno gli savi esercita e con l’altro gli semplici riconforta, e ha in publico donde li pargoletti nutrichi, e in occulto serva quello onde essa le menti de’ sublimi intenditori con ammirazione tenga sospese. Perciò che pare essere un fiume, acciò che io così dica, piano e profondo, nel quale il piccioletto agnello con gli piè vada, e il grande elefante ampissimamente nuoti. Ma da procedere è al verificare delle cose proposte. 

Intende la divina Scrittura, la qual noi <<teologia>> appelliamo, quando con figura d’alcuna istoria, quando col senso d’alcuna visione, quando con lo ‘ntendimento d’alcun lamento, e in altre maniere assai, mostrarci l’alto misterio della incarnazione del Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la resurrezione vittoriosa, e la mirabile ascensione, e ogni altro suo atto, per lo quale noi ammaestrati, possiamo a quella gloria pervenire, la quale Egli e morendo e resurgendo ci aperse, lungamente stata serrata a noi per la colpa del primiero uomo. Così li poeti nelle loro opere, le quali noi chiamiamo <<poesia>>, quando con fizioni di vari iddii, quando con trasmutazioni d’uomini in varie forme, e quando con leggiadre persuasioni, ne mostrano le cagioni delle cose, gli effetti delle virtù e de’ vizi, e che fuggire dobbiamo e che seguire, acciò che pervenire possiamo virtuosamente operando, a quel fine, il quale essi, che il vero Iddio debitamente non conosceano, somma salute credevano. Volle lo Spirito Santo mostrare nel rubo verdissimo, nel quale Moisè vide, quasi come una fiamma ardente, Iddio, la verginità di Colei che più che altra creatura fu pura, e che dovea essere abitazione e ricetto del Signore della natura, non doversi, per la concezione né per lo parto del Verbo del Padre, contaminare. Volle, per la visione veduta da Nabucodonosor, nella statua di più metalli abbattuta da una pietra convertita in monte, mostrare tutte le preterite età dalla dottrina di Cristo, il quale fu ed è viva pietra, dovere summergersi; e la cristiana religione, nata di questa pietra, divenire una cosa immobile e perpetua, sì come gli monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni di Ieremia, l’eccidio futuro di Ierusalem dichiarare. 

Similmente li nostri poeti, fingendo Saturno avere molti figliuoli, e quegli, fuori che quattro, divorar tutti, niuna altra cosa vollono per tale fizione farci sentire, se non per Saturno il tempo, nel quale ogni cosa si produce, e come ella in esso è prodotta, così è esso di tutte corrompitore, e tutte le riduce a niente. I quattro suoi figliuoli non divorati da lui, è l’uno Iove, cioè l’elemento del fuoco; il secondo è Iunone, sposa e sorella di Iove, cioè l’aere, mediante la quale il fuoco quaggiù opera li suoi effetti: il terzo è Nettunno, iddio del mare, cioè l’elemento dell’acqua; e il quarto e ultimo è Plutone, iddio del ninferno, cioè la terra, più bassa che alcuno altro elemento. Similemente fingono li nostri poeti Ercule d’uomo essere in dio trasformato, e Licaone in lupo. Moralmente volendo mostrarci che, virtuosamente operando, come fece Ercule, l’uomo diventa iddio per participazione in cielo; e, viziosamente operando, come Licaone fece, quantunque egli paia uomo, nel vero si può dire quella bestia, la quale da ciascuno si conosce per effetto più simile al suo difetto: sì come Licaone per rapacità e per avarizia, le quali a lupo sono molto conformi, si finge in lupo esser mutato. Similemente fingono li nostri poeti la bellezza de’ Campi elisii, per la quale intendo la dolcezza del paradiso; e la oscurità di Dite, per la quale prendo l’amaritudine dello ‘nferno; acciò che noi, tratti dal piacere dell’uno, e dalla noia dell’altro spaventati, seguitiamo le virtù che in Eliso ci meneranno, e i vizi fuggiamo che in Dite ci farieno trarupare. Io lascio il tritare con più particulari esposizioni queste cose, perciò che, se quanto si converrebbe e potrebbe le volessi chiarire, come che elle più piacevoli ne divenissero e più facessero forte il mio argomento, dubito non mi tirassero più oltre molto che la principale materia non richiede e che io non voglio andare. E certo, se più non se ne dicesse che quello ch’è detto, assai si dovrebbe comprendere la teologia e la poesia convenirsi quanto nella forma dell’operare, ma nel suggetto dico quelle non solamente molto essere diverse, ma ancora avverse in alcuna parte: perciò che il suggetto della sacra teologia è la divina verità, quello dell’antica poesì sono gl’iddii de’ Gentili e gli uomini. Avverse sono, in quanto la teologia niuna cosa presuppone se non vera; la poesia ne suppone alcune per vere, le quali sono falsissime ed erronee e contra la cristiana religione. Ma, perciò che alcuni disensati si levano contra li poeti, dicendo loro sconce favole e male a niuna verità consonanti avere composte, e che in altra forma che con favole dovevano la loro sofficienzia mostrare e a’ mondani dare la loro dottrina; voglio ancora alquanto più oltre procedere col presente ragionamento 

Guardino adunque questi cotali le visioni di Danièllo, quelle d’Isaia, quelle d’Ezechiel, e degli altri del Vecchio Testamento con divina penna discritte, e da Colui mostrate al quale non fu principio né sarà fine. Guardinsi ancora nel Nuovo le visioni dello evangelista, piene agl’intendenti di mirabile verità; e, se niuna poetica favola si truova tanto di lungi dal vero o dal verisimile, quanto nella corteccia appaiono queste in molte parti, concedasi che solamente i poeti abbiano dette favole da non potere dare diletto né frutto. Senza dire alcuna cosa alla riprensione che fanno de’ poeti, in quanto la loro dottrina in favole ovvero sotto favole hanno mostrata, mi potrei passare; conoscendo che, mentre che essi mattamente gli poeti riprendono di ciò, incautamente caggiono in biasimare quello Spirito, il quale nulla altra cosa è che via, vita e verità; ma pure alquanto intendo di soddisfargli. 

Manifesta cosa è che ogni cosa, che con fatica s’acquista, avere alquanto più di dolcezza che quella che vien senza affanno. La verità piana, perciò ch’è tosto compresa con piccole forze, diletta e passa nella memoria. Adunque, acciò che con fatica acquistata fosse più grata, e perciò meglio si conservasse, li poeti sotto cose molto ad essa contrarie apparenti, la nascosero; e perciò favole fecero, più che altra coperta, perché la bellezza di quelle attraesse coloro, li quali né le dimostrazion filosofiche, né le persuasioni avevano potuto a sé tirare. Che dunque direm de’ poeti? terremo ch’essi sieno stati uomini insensati, come li presenti dissensati, parlando e non sappiendo che, gli giudicano? Certo no; anzi furono nelle loro operazioni di profondissimo sentimento, quanto è nel frutto nascoso, e d’eccellentissima e d’ornata eloquenzia nelle cortecce e nelle frondi apparenti. Ma torniamo dove lasciammo. 

Dico che la teologia e la poesia quasi una cosa si possono dire, dove uno medesimo sia il suggetto; anzi dico più: che la teologia niun’altra cosa è che una poesia di Dio. E che altra cosa è che poetica fizione, nella Scrittura, dire Cristo essere ora leone e ora agnello e ora vermine, e quando drago e quando pietra, e in altre maniere molte, le quali voler tutte raccontare sarebbe lunghissimo? che altro suonano le parole del Salvatore nello evangelio, se non uno sermone da’ sensi alieno? il quale parlare noi con più usato vocabolo chiamiamo <<allegoria>>. Dunque bene appare, non solamente la poesì essere teologia, ma ancora la teologia essere poesia. E certo, se le mie parole meritano poca fede in sì gran cosa, io non me ne turberò; ma credasi ad Aristotile, degnissimo testimonio ad ogni gran cosa, il quale afferma sé aver trovato li poeti essere stati li primi teologizzanti. E questo basti quanto a questa parte; e torniamo a mostrare perché a’ poeti solamente, tra gli scienziati, l’onore della corona dell’alloro conceduto fosse. 

XXIII

Dell’alloro conceduto ai poeti

Tra l’altre nazioni, le quali sopra il circuito della terra son molte, li Greci si crede che sieno quegli alli quali primieramente la filosofia sé e li suoi segreti aprisse; de’ tesori della quale essi trassero la dottrina militare, la vita politica e altre care cose assai, per le quali essi oltre a ogni altra nazione divennero famosi e reverendi. Ma intra l’altre, tratte del costei tesoro da loro, fu la santissima sentenzia di Solone nel principio posta di questa operetta; e acciò che la loro republica, la quale più che altra allora fioriva, diritta e andasse e stesse sopra due piedi, e le pene a’ nocenti e i meriti a’ valorosi magnificamente ordinarono e osservarono. Ma, intra gli altri meriti stabiliti da loro a chi bene adoperasse, fu questo il precipuo: di coronare in publico, e con publico consentimento, di frondi d’alloro li poeti dopo la vittoria delle loro fatiche, e gl’imperadori, li quali vittoriosamente avessero la republica aumentata; giudicando che igual gloria si convenisse a colui per la cui virtù le cose umane erano e servate e aumentate, che a colui da cui le divine eran trattate. E come che di questo onore li Greci fossero inventori, esso poi trapassò a’ Latini, quando la gloria e l’arme parimente di tutto il mondo diedero luogo al romano nome; e ancora, almeno nelle coronazioni de’ poeti, come che rarissimamente avvenga, vi dura. Ma, perché a tale coronazione più il lauro che altra fronda eletto sia, non dovrà essere a veder rincrescevole.

XXIV

Origine di questa usanza

Sono alcuni li quali credono, perciò che sanno Danne amata da Febo e in lauro convertita, essendo Febo e il primo auttore e fautore de’ poeti stato e similmente triunfatore, per amore a quelle frondi portato, di quelle le sue cetere e i triunfi aver coronati; e quinci essere stato preso esemplo dagli uomini, e per conseguente essere quello, che da Febo fu prima fatto, cagione di tale coronazione e di tai frondi infino a questo giorno a’ poeti e agl’imperadori. E certo tale oppinione non mi spiace, né nego così poter essere stato; ma tuttavia me muove altra ragione, la quale è questa. Secondo che vogliono coloro, li quali le virtù delle piante ovvero la loro natura investigarono, il lauro tra l’altre più sue proprietà n’ha tre laudevoli e notevoli molto. La prima si è, come noi veggiamo, che mai egli non perde né verdezza, né fronda; la seconda si è che non si truova questo àlbore mai essere stato fulminato, il che di niuno altro leggiamo essere avvenuto; la terza, che egli è odorifero molto, sì come noi sentiamo: le quali tre proprietà estimarono gli antichi inventori di questo onore convenirsi con le virtuose opere de’ poeti e de’ vittoriosi imperadori. E primieramente la perpetua viridità di queste frondi dissono dimostrare la fama delle costoro opere, cioè di coloro che d’esse si coronavano o coronerebbono nel futuro, sempre dovere stare in vita. Appresso estimarono l’opere di questi cotali essere di tanta potenzia, che né il fuoco della invidia, né la folgore della lunghezza del tempo, la quale ogni cosa consuma, dovesse mai queste potere fulminare, se non come quello albero fulminava la celeste folgore. E oltre a questo diceano queste opere de’ già detti per lunghezza di tempo mai dover divenire meno piacevoli e graziose a chi l’udisse o le leggesse, ma sempre dovere essere accettevoli e odorose. Laonde meritamente si confaceva la corona di cotai frondi, più ch’altra, a cotali uomini, gli cui effetti, in tanto quanto vedere possiamo, erano a lei conformi. Per che non senza cagione il nostro Dante era ardentissimo disideratore di tale onore ovvero di cotale testimonia di tanta vertù, quale questa è a coloro li quali degni si fanno di doversene ornare le tempie. Ma tempo è di tornare là onde, intrando in questo ci dipartimmo. 

XXV

Carattere di Dante

Fu il nostro poeta, oltre alle cose predette, d’animo alto e disdegnoso molto; tanto che, cercandosi per alcun suo amico, il quale ad istanzia de’ suoi prieghi il facea, che egli potesse ritornare in Fiorenza, il che egli oltre ad ogni altra cosa sommamente disiderava, né trovandosi a ciò alcuno modo con coloro li quali il governo della republica allora aveano nelle mani, se non uno, il quale era questo: che egli per certo spazio stesse in prigione, e dopo quello in alcuna solennità publica fosse misericordievolmente alla nostra principale ecclesia offerto, e per conseguente libero e fuori d’ogni condennagione per addietro fatta di lui; la qual cosa parendogli convenirsi e usarsi in qualunque e depressi e infami uomini, e non in altri; per che, oltre al suo maggiore disiderio, preelesse di stare in esilio, anzi che per cotal via tornare in casa sua. Oh isdegno laudevole di magnanimo, quanto virilmente operasti, reprimendo l’ardente disio del ritornare per via meno che degna ad uomo nel grembo della filosofia nutricato! 

Molto simigliantemente presunse di sé, né gli parve meno valere, secondo che i suoi contemporanei rapportano, che el valesse; la qual cosa, tra l’altre volte, apparve una notabilmente, mentre che egli era con la sua setta nel colmo del reggimento della republica. Ché, con ciò fosse cosa che per coloro li quali erano depressi fosse chiamato, mediante Bonifazio papa VIII, a ridirizzare lo stato della nostra città, uno fratello ovvero congiunto di Filippo allora re di Francia, il cui nome fu Carlo, si ragunarono ad uno consiglio per provedere a questo fatto tutti li prencipi della setta con la quale esso tenea; e quivi tra l’altre cose providero che ambasceria si dovesse mandare al papa, il quale allora era a Roma, per la quale s’inducesse il detto papa a dovere ostare alla venuta del detto Carlo, ovvero lui, con concordia della setta, la quale reggeva, far venire. E venuto al diliberare chi dovesse esser prencipe di cotale legazione, fu per tutti detto che Dante fosse desso. Alla quale richiesta Dante, alquanto sopra sé stato, disse: <<Se io vo, chi rimane? se io rimango, chi va?>>, quasi esso solo fosse colui che tra tutti valesse, e per cui tutti gli altri valessero. Questa parola fu intesa e raccolta, ma quello che di ciò seguisse non fa al presente proposito, e però, passando avanti, il lascio stare. 

Oltre a queste cose, fu questo valente uomo in tutte le sue avversità fortissimo: solo in una cosa non so se io mi dica fu impaziente o animoso, cioè in opera pertenente a parte, poi che in esilio fu, troppo più che alla sua sufficienzia non appartenea, e ch’egli non volea che di lui per altrui si credesse. E acciò che a qual parte fosse così animoso e pertinace appaia, mi pare sia da procedere alquanto più oltre scrivendo. 

Io credo che giusta ira di Dio permettesse, già è gran tempo, quasi tutta Toscana e Lombardia in due parti dividersi; delle quali, onde cotali nomi s’avessero, non so; ma l’una si chiamò e chiama <<parte guelfa>>, e l’altra fu <<ghibellina>> chiamata. E di tanta efficacia e reverenzia furono negli stolti animi di molti questi due nomi, che, per difendere quello che alcuno avesse eletto per suo contra il contrario, non gli era di perdere gli suoi beni e ultimamente la vita, se bisogno fosse fatto, malagevole. E sotto questi titoli molte volte le città italiche sostennero di gravissime pressure e mutamenti; e intra l’altre la nostra città, quasi capo e dell’uno nome e dell’altro, secondo il mutamento de’ cittadini; intanto che gli maggiori di Dante per guelfi da’ ghibellini furono due volte cacciati di casa loro, e egli similemente, sotto il titolo di guelfo, tenne i freni della republica in Firenze. Della quale cacciato, come mostrato è, non da’ ghibellini ma da’ guelfi, e veggendo sé non potere ritornare, in tanto mutò l’animo, che niuno più fiero ghibellino e a’ guelfi avversario fu come lui; e quello di che io più mi vergogno in servigio della sua memoria è che publichissima cosa è in Romagna, lui ogni feminella, ogni piccol fanciullo ragionante di parte e dannante la ghibellina, l’avrebbe a tanta insania mosso, che a gittare le pietre l’avrebbe condotto, non avendo taciuto. E con questa animosità si visse infino alla morte. 

Certo, io mi vergogno dovere con alcuno difetto maculare la fama di cotanto uomo; ma il cominciato ordine delle cose in alcuna parte il richiede; perciò che, se nelle cose meno che laudevoli in lui mi tacerò, io torrò molta fede alle laudevoli già mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d’alta parte del cielo ragguarda. 

Tra cotanta virtù, tra cotanta scienzia, quanta dimostrato è di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo luogo la lussuria, e non solamente ne’ giovani anni, ma ancora ne’ maturi. Il quale vizio, come che naturale e comune e quasi necessario sia, nel vero non che commendare, ma scusare non si può degnamente. Ma chi sarà tra’ mortali giusto giudice a condennarlo? Non io. Oh poca fermezza, oh bestiale appetito degli uomini, che cosa non possono le femmine in noi, s’elle vogliono, che, eziandio non volendo, posson gran cose? Esse hanno la vaghezza, la bellezza e il naturale appetito e altre cose assai continuamente per loro ne’ cuori degli uomini procuranti; e che questo sia vero, lasciamo stare quello che Giove per Europa, o Ercule per Iole, o Paris per Elena facessero, ché, perciò che poetiche cose sono, molti di poco sentimento le dirien favole; ma mostrisi per le cose non convenevoli ad alcuno di negare. Era ancora nel mondo più che una femina quando il nostro primo padre lasciato il comandamento fattogli dalla propia bocca di Dio, s’accostò alle persuasioni di lei? Certo no. E David, non ostante che molte n’avesse, solamente veduta Bersabè per lei dimenticò Iddio, il suo regno, sé e la sua onestà, e adultero prima e poi omicida divenne: che si dee credere che egli avesse fatto, se ella alcuna cosa avesse comandato? E Salomone al cui senno niuno, dal figliuolo di Dio in fuori, aggiunse mai, non abbandonò colui che savio l’aveva fatto, e per piacere a una femmina s’inginocchiò e adorò Baalim? Che fece Erode? che altri molti, da niuna altra cosa tirati che dal piacer loro? Adunque tra tanti e tali non iscusato, ma, accusato con assai meno curva fronte che solo, può passare il nostro poeta. E questo basti al presente de’ suoi costumi più notabili avere contato. 

XXVI

Delle opere composte da Dante

Compose questo glorioso poeta più opere ne’ suoi giorni, delle quali fare ordinata memoria credo che sia convenevole, acciò che né alcuno delle sue s’intitolasse, né a lui fossero per avventura intitolate l’altrui. Egli primieramente, duranti ancora le lagrime della morte della sua Beatrice, quasi nel suo ventesimosesto anno compose in un volumetto, il quale egli intitolò Vita nova, certe operette, sì come sonetti e canzoni, in diversi tempi davanti in rima fatte da lui, maravigliosamente belle; di sopra da ciascuna partitamente e ordinatamente scrivendo le cagioni che a quelle fare l’avea[n] mosso, e di dietro ponendo le divisioni delle precedenti opere. E come che egli d’avere questo libretto fatto, negli anni più maturi si vergognasse molto, nondimeno, considerata la sua età, è egli assai bello e piacevole, e massimamente a’ volgari .

Appresso questa compilazione più anni, ragguardando egli della sommità del governo della republica, sopra la quale stava, e veggendo in grandissima parte, sì come di così fatti luoghi si vede, qual fosse la vita degli uomini, e quali fossero gli errori del vulgo, e come fossero pochi i disvianti da quello, e di quanto onore degni fossero, e quegli, che a quello s’accostassero, di quanta confusione, dannando gli studii di questi cotali e molto più li suoi commendando, gli venne nell’animo uno alto pensiero, per lo quale ad una ora, cioè in una medesima opera, propose, mostrando la sua sofficienzia, di mordere con gravissime pene i viziosi, e con altissimi premii li valorosi onorare, e a sé perpetua gloria apparecchiare. E, perciò che, come già è mostrato, egli aveva a ogni studio preposta la poesia, poetica opera estimò di comporre. E, avendo molto davanti premeditato quello che fare dovesse, nel suo trentacinquesimo anno si cominciò a dare al mandare ad effetto ciò che davanti premeditato avea, cioè a volere secondo i meriti e mordere e premiare, secondo la sua diversità, la vita degli uomini. La quale, perciò che conobbe essere di tre maniere, cioè viziosa, o da’ vizii partentesi e andante alla vertù, o virtuosa, quella in tre libri, dal mordere la viziosa cominciando e finendo nel premiare la virtuosa, mirabilmente distinse in un volume, il quale tutto intitolò Comedia. De’ quali tre libri egli ciascuno distinse per canti e i canti per rittimi, sì come chiaro si vede; e quello in rima volgare compose con tanta arte, con sì mirablle ordine e con sì bello, che niuno fu ancora che giustamente quello potesse in alcuno atto riprendere. Quanto sottilmente egli in esso poetasse pertutto, coloro, alli quali è tanto ingegno prestato che ‘ntendano, il possono vedere. Ma, sì come noi veggiamo le gran cose non potersi in brieve tempo comprendere, e per questo conoscer dobbiamo così alta, così grande, così escogitata impresa,come fu tutti gli atti degli uomini e i loro meriti poeticamente volere sotto versi volgari e rimati racchiudere, non essere stato possibile in picciolo spazio avere al suo fine recata, e massimamente da uomo, il quale da molti e varii casi della Fortuna, pieni tutti d’angoscia e d’amaritudine venenati, sia stato agitato (come di sopra mostrato è che fu Dante): per che dall’ora che di sopra è detta che egli a cosi alto lavorio si diede infino allo stremo della sua vita, come che altre opere, come apparirà, non ostante questa, componesse in questo mezzo, gli fu fatica continua. Né fia di soperchio in parte toccare d’alcuni accidenti intorno al principio e alla fine di quella avvenuti. 

Dico che, mentre che egli era più attento al glorioso lavoro, e già della prima parte di quello, la quale intitola Inferno, aveva composti sette canti, mirabilmente fingendo, e non miga come gentile, ma come cristianissimo poetando, cosa sotto questo titolo mai avanti non fatta, sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, o fuga che chiamar si convegna, per lo quale egli e quella e ogni altra cosa abbandonata, incerto di se medesimo, più anni con diversi amici e signori andò vagando. Ma, come noi dovemo certissimamente credere a quello che Iddio dispone niuna cosa contraria la Fortuna potere operare, per la quale, se forse vi può porre indugio, istôrla possa dal debito fine, avvenne che alcuno per alcuna sua scrittura forse a lui opportuna, cercando fra cose di Dante in certi forzieri state fuggite subitamente in luoghi sacri, nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli era, più vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò li detti sette canti stati da Dante composti, gli quali con ammirazione, non sappiendo che si fossero, lesse, e piacendogli sommamente, e con ingegno sottrattigli del luogo dove erano, gli portò ad un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio, in quegli tempi famosissimo dicitore per rima in Firenze, e mostrogliele. Li quali veggendo Dino, uomo d’alto intelletto, non meno che colui che portati gliele avea, si maravigliò sì per lo bello e pulito e ornato stile del dire, sì per la profondità del senso, il quale sotto la bella corteccia delle parole gli pareva sentire nascoso: per le quali cose agevolmente insieme col portatore di quegli, e sì ancora per lo luogo onde tratti gli avea, estimò quegli essere, come erano, opera stata di Dante. E, dolendosi quella essere imperfetta rimasa, come che essi non potessero seco presummere a qual fine fosse il termine suo, fra loro diliberarono di sentire dove Dante fosse, e quello, che trovato avevan mandargli, acciò che, se possibile fosse, a tanto principio desse lo ‘mmaginato fine. E, sentendo dopo alcuna investigazione lui essere appresso il marchese Morruello, non a lui, ma al marchese scrissono il loro disiderio, e mandarono li sette canti; gli quali poi che il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandandolo se esso sapea cui opera stati fossero; li quali Dante riconosciuti subito, rispose che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non lasciare senza debito fine sì alto principio. <<Certo>> disse Dante <<io mi credea nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri avere perduti, e perciò, sì per questa credenza e sì per la moltitudine dell’altre fatiche per lo mio esilio sopravvenute, del tutto avea l’alta fantasia, sopra quest’opera presa, abbandonata; ma, poi che la Fortuna inopinatamente me gli ha ripinti dinanzi, e a voi aggrada, io cercherò di ritornarmi a memoria il primo proposito, e procederò secondo che data mi fia la grazia>>. E reassunta non sanza fatica, dopo alquanto tempo la fantasia lasciata, seguì: <<Io dico, seguitando, ch’assai prima>> etc.; dove assai manifestamente, chi ben riguarda, può la ricongiunzione dell’opera intermessa conoscere. 

Ricominciata adunque da Dante la magnifica opera, non, forse secondo che molti estimerebbono, senza più interromperla la perdusse alla fine; anzi più volte, secondo che la gravità de’ casi sopravvegnenti richiedea, quando mesi e quando anni, senza potervi operare alcuna cosa, mise in mezzo; né tanto si poté avacciare, che prima nol sopraggiugnesse la morte, che egli tutta publicare la potesse. Egli era suo costume, quale ora sei o otto o più o meno canti fatti n’avea, quegli, prima che alcuna altro gli vedesse, donde che egli fosse, mandare a messer Cane della Scala, il quale egli oltre a ogni altro uomo avea in reverenza; e, poi che da lui eran veduti, ne facea copia a chi la ne volea. E in così fatta maniera avendogliele tutti fuori che gli ultimi tredici canti, mandati, e quegii avendo fatti, né ancora mandatigli; avvenne che egli, senza avere alcuna memoria di lasciargli, si morì. E, cercato da que’ che rimasero, e figliuoli e discepoli, più volte e in più mesi, fra ogni sua scrittura, se alla sua opera avesse fatta alcuna fine, né trovandosi per alcun modo li canti residui, essendone generalmente ogni suo amico cruccioso, che Iddio non l’aveva almeno tanto prestato al mondo ch’egli il picciolo rimanente della sua opera avesse potuto compiere, dal più cercare, non trovandogli, s’erano, disperati, rimasi.

Eransi Iacopo e Piero, figliuoli di Dante, de’ quali ciascuno era dicitore in rima, per persuasioni d’alcuni loro amici, messi a volere, in quanto per loro si potesse, supplire la paterna opera, acciò che imperfetta non procedesse; quando a Iacopo, il quale in ciò era molto più che l’altro fervente, apparve una mirabile visione, la quale non solamente dalla stolta presunzione il tolse, ma gli mostrò dove fossero li tredici canti, li quali alla divina Comedia mancavano, e da loro non saputi trovare. 

Raccontava uno valente uomo ravignano, il cui nome fu Piero Giardino, lungamente discepolo stato di Dante, che, dopo l’ottavo mese della morte del suo maestro, era una notte, vicino all’ora che noi chiamiamo <<matutino>>, venuto a casa sua il predetto Iacopo, e dettogli sé quella notte, poco avanti a quell’ora, avere nel sonno veduto Dante suo padre, vestito di candidissimi vestimenti e d’una luce non usata risplendente nel viso, venire a lui; il quale gli parea domandare s’egli vivea, e udire da lui per risposta di sì, ma della vera vita, non della nostra; per che, oltre a questo, gli pareva ancora domandare, se egli avea compiuta la sua opera anzi il suo passare alla vera vita, e, se compiuta l’avea, dove fosse quello che vi mancava, da loro giammai non potuto trovare. A questo gli parea la seconda volta udire per risposta: <<Sì, io la compie’>>; e quinci gli parea che ‘l prendesse per mano e menasselo in quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita vivea; e, toccando una parte di quella, dicea: <<Egli è qui quello che voi tanto avete cercato>>. E questa parola detta, ad una ora il sonno e Dante gli parve che si partissono. Per la qual cosa affermava sé non avesse potuto stare senza venirgli a significare ciò che veduto avea, acciò che insieme andassero a cercare nel luogo mostrato a lui, il quale egli ottimamente nella memoria aveva segnato, a vedere se vero spirito o falsa delusione questo gli avesse disegnato. Per la quale cosa, restando ancora gran pezzo di notte, mossisi insieme, vennero al mostrato luogo, e quivi trovarono una stuoia, al muro confitta, la quale leggiermente levatane, videro nel muro una finestretta, da niuno di loro mai più veduta, né saputo ch’ella vi fosse, e in quella trovarono alquante scritte, tutte per l’umidità del muro muffate e vicine al corrompersi se guari più state vi fossero; e quelle pianamente dalla muffa purgate, leggendole, videro contenere li tredici canti tanto da loro cercati. Per la qual cosa lietissimi, quegli riscritti, secondo l’usanza dell’autore prima gli mandarono a messer Cane, e poi alla imperfetta opera ricongiunsono come si convenia. In cotale maniera l’opera, in molti anni compilata, si vide finita. 

Muovono molti, e intra essi alcuni savi uomini, generalmente una quistione così fatta: che con ciò fosse cosa Dante fosse in iscienzia solennissimo uomo, perché a comporre così grande, di sì alta materia e sì notabile libro, come è questa sua Comedia, nel fiorentino idioma si disponesse; perché non più tosto in versi latini, come gli altri poeti precedenti hanno fatto. A così fatta domanda rispondere, tra molte ragioni, due a l’altre principali me ne occorrono. Delle quali la prima è per fare utilità più comune a’ suoi cittadini e agli altri Italiani: conoscendo che, se metricamente in latino, come gli altri poeti passati, avesse scritto, solamente a’ letterati avrebbe fatto utile; scrivendo in volgare fece opera mai più non fatta, e non tolse il non potere esser inteso da’ letterati, e mostrando la bellezza del nostro idioma e la sua eccellente arte in quello, e diletto e intendimento di sé diede agl’idioti, abbandonati per addietro da ciascheduno. La seconda ragione, che a questo il mosse, fu questa. Vedendo egli li liberali studii del tutto abbandonati, e massimamente da’ prencipi e dagli altri grandi uomini, a’ quali si soleano le poetiche fatiche intitolare, e per questo e le divine opere di Virgilio e degli altri solenni poeti non solamente essere in poco pregio divenute, ma quasi da’ più disprezzate; avendo egli incominciato, secondo che l’altezza della materia richiedea, in questa guisa: 

Ultima regna canam, fluido contermina mundu 

spiritibus quae lata patent, quae premia solvunt 

pro meritis cuicumque suis, etc.

i lasciò istare; e, immaginando invano le croste del pane porsi alla bocca di coloro che ancora il latte suggano, in istile atto a’ moderni sensi ricominciò la sua opera e perseguilla in volgare. 

Questo libro della Comedia, secondo il ragionare d’alcuno, intitolò egli a tre solennissimi uomini italiani, secondo la sua triplice divisione, a ciascuno la sua, in questa guisa: la prima parte, cioè lo ‘Nferno, intitolò a Uguiccione della Faggiuola, il quale allora in Toscana signore di Pisa era mirabilmente glorioso; la seconda parte, cioè il Purgatoro, intitolò al marchese Moruello Malespina; la terza parte, cioè il Paradiso, a Federigo III re di Cicilia. Alcuni vogliono dire lui averlo intitolato tutto a messer Cane della Scala; ma, quale si sia di queste due la verità, niuna cosa altra n’abbiamo che solamente il volontario ragionare di diversi; né egli è sì gran fatto che solenne investigazione ne bisogni. 

Similemente questo egregio autore nella venuta d’Arrigo VII imperadore fece un libro in latina prosa, il cui titolo è Monarchia, il quale, secondo tre quistioni le quali in esso ditermina, in tre libri divise. Nel primo loicalmente disputando, pruova che a ben essere del mondo sia di necessità essere imperio: la quale è la prima quistione. Nel secondo, per argomenti istoriografi procedendo, mostra Roma di ragione ottenere il titolo dello imperio: ch’è la seconda quistione. Nel terzo, per argomenti teologi pruova l’autorità dello ‘mperio immediatamente procedere da Dio, e non mediante alcuno suo vicario, come li chierici pare che vogliano; ch’è la terza quistione. 

Questo libro più anni dopo la morte dell’auttore fu dannato da messer Beltrando cardinale del Poggetto e legato di papa nelle parti di Lombardia, sedente Giovanni papa XXII. E la cagione fu perciò che Lodovico, duca di Baviera, dagli elettori della Magna eletto in re de’ Romani, e venendo per la sua coronazione a Roma, contra il piacere del detto Giovanni papa essendo in Roma, fece, contra gli ordinamenti ecclesiastici, uno frate minore, chiamato frate Pietro della Corvara, papa, e molti cardinali e vescovi; e quivi a questo papa si fece coronare. E, nata poi in molti casi della sua auttorità quistione, egli e’ suoi seguaci, trovato questo libro, a difensione di quella e di sé molti degli argomenti in esso posti cominciarono a usare; per la qual cosa il libro, il quale infino allora appena era saputo, divenne molto famoso. Ma poi, tornatosi il detto Lodovico nella Magna, e li suoi seguaci, e massimamente i cherici, venuti al dichino e dispersi, il detto cardinale, non essendo chi a ciò s’opponesse, avuto il soprascritto libro, quello in publico, sì come cose eretiche contenente, dannò al fuoco. E il simigliante si sforzava di fare dell’ossa dell’auttore a etterna infamia e confusione della sua memoria, se a ciò non si fosse opposto un valoroso e nobile cavaliere fiorentino, il cui nome fu Pino della Tosa, il quale allora a Bologna, dove ciò si trattava, si trovò, e con lui messer Ostagio da Polenta, potente ciascuno assai nel cospetto del cardinale di sopra detto. 

Oltre a questi compose il detto Dante due egloge assai belle, le quali furono intitolate e mandate da lui, per risposta di certi versi mandatigli, a maestro Giovanni del Virgilio, del quale di sopra altra volta è fatta menzione. 

Compuose ancora uno comento in prosa in fiorentino volgare sopra tre delle sue canzoni distese, come che egli appaia lui avere avuto intendimento, quando il cominciò, di commentarle tutte, bene che poi, o per mutamento di proposito o per mancarnento di tempo che avvenisse, più commentate non se ne truovano da lui; e questo intitolò Convivio, assai bella e laudevole operetta. 

Appresso, già vicino alla sua morte, compuose uno libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De vulgari eloquentia, dove intendea di dare dottrina, a chi imprendere la volesse, del dire in rima; e come che per lo detto libretto apparisca lui avere in animo di dovere in ciò comporre quattro libri, o che più non ne facesse dalla morte soprapreso, o che perduti sieno gli altri, più non appariscono che due solamente. 

Fece ancora questo valoroso poeta molte pístole prosaice in latino, delle quali ancora appariscono assai. Compuose molte canzoni distese, sonetti e ballate assai e d’amore e morali, oltre a quelle che nella sua Vita nova appariscono: delle quali cose non curo di fare speziale menzione al presente. 

In così fatte cose, quali di sopra sono dimostrate, consumò il chiarissimo uomo quella parte del suo tempo, la quale egli agli amorosi sospiri, alle pietose lacrime, alle sollecitudini private e pubblice e a’ varii fluttuamenti della iniqua Fortuna poté imbolare: opere troppo più a Dio e agli uomini accettevoli che gl’inganni, le fraudi, le menzogne, le rapine e’ tradimenti, li quali la maggior parte degli uomini usano oggi, cercando per diverse vie uno medesimo termine, cioè il divenire ricco, quasi in quelle ogni bene, ogni onore, ogni beatitudine stea. O menti sciocche, una brieve particella d’una ora separarà dal caduco corpo lo spirito, e tutte queste vituperevoli fatiche annullerà, e il tempo, nel quale ogni cosa suol consumarsi, o annullerà prestamente la memoria del ricco, o quella per alcuno spazio con gran vergogna di lui serverà! Che del nostro poeta certo non avverrà; anzi, sì come noi veggiamo degli strumenti bellici addivenire, che per l’usargli diventan più chiari, così avverrà del suo nome: egli, per essere stropicciato dal tempo, sempre diventerà più lucente. E perciò fatichi chi vuole nelle sue vanità, e bastigli l’esser lasciato fare, senza volere, con riprensione da se medesimo non intesa, l’altrui virtuoso operare andar mordendo. 

XXVII

Ricapitolazione

Mostrato è sommariamente qual fosse l’origine, gli studi e la vita e’ costumi, e quali sieno l’opere state dello splendido uomo Dante Alighieri, poeta chiarissimo, e con esse alcuna altra cosa, facendo transgressione, secondo che conceduto m’ha Colui che d’ogni grazia è donatore. Ben so: per molti altri molto meglio e più discretamente si saria potuto mostrare; ma chi fa quel che sa, più non gli è richiesto. Il mio avere scritto come io ho saputo, non toglie il poter dire ad uno altro, che meglio ciò creda di scrivere che io non ho fatto; anzi forse, se io in parte alcuna ho errato, darò materia altrui di scrivere, per dire il vero, del nostro Dante, ove infino a qui niuno truovo averlo fatto. Ma la mia fatica non è ancora alla sua fine. Una particella, nel processo promessa di questa operetta, mi resta a dichiarare, cioè il sogno della madre del nostro poeta, quando in lui era gravida, veduto da lei; del quale io, quanto più brievemente saprò e potrò, intendo di dilivrarmi, e porre fine al ragionare. 

XXVIII

Ancora il sogno della madre di Dante

Vide la gentil donna nella sua gravidezza sé a piè d’uno altissimo alloro, allato a una chiara fontana, partorire uno figliuolo, il quale di sopra altra volta narrai, in brieve tempo, pascendosi delle bache di quello alloro cadenti e dell’onde della fontana, divenire un gran pastore e vago molto delle frondi di quello alloro sotto il quale era; a le quali avere mentre che egli si sforzava, le parea che egli cadesse; e subitamente non lui, ma di lui uno bellissimo paone le parea vedere. Dalla quale maraviglia la gentil donna commossa, ruppe, senza vedere di lui più avanti, il dolce sonno. 

XXIX

Spiegazione del sogno

La divina bontà, la quale ab ecterno, sì come presente, ogni cosa futura previde, suole, da sua propia benignità mossa, quale ora la natura, sua generale ministra, è per producere alcuno inusitato effetto infra’ mortali, di quello con alcuna dimostrazione o in segno o in sogno o in altra maniera farci avveduti, acciò che dalla predimostrazione argomento prendiamo ogni conoscenza consistere nel Signore della natura producente ogni cosa; la quale predimostrazione, se bene si riguarda, ne fece nella venuta del poeta, del quale tanto di sopra è parlato, nel mondo. E a quale persona la poteva egli fare che con tanta affezione e veduta e servata l’avesse, quanto colei che della cosa mostrata doveva essere madre, anzi già era? Certo a niuna. Mostrollo dunque a lei, e quello che egli a lei mostrasse ci è già manifesto per la scrittura di sopra; ma quello che egli intendesse con più aguto occhio è da vedere. Parve adunque alla donna partorire un figliuolo, e certo così fece ella infra picciolo termine dalla veduta visione. Ma che vuole significare l’alto alloro sotto il quale il partorisce, è da vedere. 

Oppinione è degli astrologi e di molti naturali filosofi, per la vertù e influenzia de’ corpi superiori gl’inferiori e producersi e nutricarsi, e, se potentissima ragione da divina grazia illuminata non resiste, guidarsi. Per la qual cosa, veduto quale corpo superiore sia più possente nel grado che sopra l’orizzonte sale in quella ora che alcun nasce, secondo quello cotale corpo più possente, anzi secondo le sue qualità, dicono del tutto il nato disporsi . Per che per lo alloro, sotto il quale alla donna pareva il nostro Dante dare al mondo, mi pare che sia da intendere la disposizione del cielo la quale fu nella sua natività, mostrante sé essere tale che magnanimità e eloquenzia poetica dimostrava; le quali due cose significa l’alloro, àlbore di Febo, e delle cui frondi li poeti sono usi di coronarsi, come di sopra è già mostrato assai. 

Le bache, delle quali nutrimento prendeva il fanciullo nato, gli effetti da così fatta disposizione di cielo, quale è dimostrata, già proceduti, intendo; li quali sono i libri poetici e le loro dottrine, da’ quali libri e dottrine fu altissimamente nutricato, cioè ammaestrato il nostro Dante. 

Il fonte chiarissimo, de la cui acqua le parea che questi bevesse, niuna altra cosa giudico che sia da intendere se non l’ubertà della filosofica dottrina morale e naturale; la quale si come dalla ubertà nascosa nel ventre della terra procede, così e queste dottrine dalle copiose ragioni dimostrative, che terrena ubertà si possono dire, prendono essenza e cagione; senza le quali, così come il cibo non può bene disporsi, senza bere, negli stomaci di chi ‘l prende, non si può alcuna scienzia bene negl’intelletti adattare di nessuno, se dalli filosofici dimostramenti non v’è ordinata e disposta. Per che ottimamente possiamo dire, lui con le chiare onde, cioè con la filosofia, disporre nel suo stomaco, cioè nel suo intelletto, le bache delle quali si pasce, cioè la poesia, la quale, come già è detto, con tutta la sua sollecitudine studiava. 

Il divenire subitamente pastore ne mostra la eccellenzia del suo ingegno, in quanto subitamente; il quale fu tanto e tale, che in brieve spazio di tempo comprese per istudio quello che opportuno era a divenire pastore, cioè datore di pastura agli altri ingegni di ciò bisognosi. E sì come assai leggermente ciascuno può comprendere, due maniere sono di pastori: l’una sono pastori corporali, l’altra spirituali. Li corporali pastori sono di due maniere, delle quali la prima è quella di coloro che volgarmente da tutti sono appellati <<pastori>>, cioè i guardatori delle pecore o de’ buoi o di qualunque altro animale; la seconda maniera sono i padri delle famiglie, dalla sollecitudine de’ quali convegnono essere e pasciuti e guardati e governati la gregge de’ figliuoli e de’ servidori e degli altri suggetti di quegli. Li spirituali pastori similmente si possono dire di due maniere, delle quali l’una è quella di coloro li quali pascono l’anime de’ viventi della parola di Dlo; e questi sono li prelati, i predicatori e’ sacerdoti, nella cui custodia sono commesse l’anime labili di qualunque sotto il governo a ciascuno ordinato dimora; l’altra è quella di coloro li quali, d’ottima dottrina, o leggendo quello che gli passati hanno scritto, o scrivendo di nuovo ciò che loro pare o non tanto chiaro mostrato o omesso, informano e l’anime e gl’intelletti degli ascoltanti o de’ leggenti, li quali generalmente dottori, in qual che facultà si sia, sono appellati. Di questa maniera di pastori subitamente, cioè in poco tempo, divenne il nostro poeta. E che ciò sia vero, lasciando stare l’altre opere compilate da lui, riguardisi la sua Commedia, la quale con la dolcezza e bellezza del testo pasce non solamente gli uomini, ma i fanciulli e le femine; e con mirabile soavità de’ profondissimi sensi sotto quella nascosi, poi che alquanto gli ha tenuti sospesi, ricrea e pasce gli solenni intelletti. 

Lo sforzarsi ad avere di quelle frondi, il frutto delle quali l’ha nutricato, niuna altra cosa ne mostra che l’ardente disiderio avuto da lui, come di sopra si dice, della corona laurea; la quale per nulla altro si disidera, se non per dare testimonianza del frutto. Le quali frondi mentre che egli più ardentemente disiderava, lui dice che vide cadere; il quale cadere niuna altra cosa fu se non quello cadimento che tutti facciamo senza levarci, cioè il morire; il quale, se bene si ricorda di ciò che di sopra è detto, gli avvenne quando più la sua laureazione disiava. 

Seguentemente dice che di pastore subitamente il vide divenuto un paone: per lo qual mutamento assai bene la sua posterità comprendere possiamo, la quale, come che nell’altre sue opere stea, sommamente vive nella sua Commedia, la quale, secondo il mio giudicio, ottimamente è conforme al paone, se le propietà de l’uno e de l’altra si guarderanno. Il paone tra l’altre sue propietà per quello che appaia, n’ha quattro notabili. La prima si è ch’egli si ha penna angelica, e in quella ha cento occhi; la seconda si è che egli ha sozzi piedi e tacita andatura; la terza si è ch’egli ha voce molto orribile a udire; la quarta e ultima si è che la sua carne è odorifera e incorruttibile. Queste quattro cose pienamente ha in sé la Comedia del nostro poeta; ma, perciò che acconciamente l’ordine posto di quelle non si può seguire, come verranno più in concio or l’una ora l’altra le verrò adattando, e comincerommi da l’ultima. 

Dico che il senso della nostra Comedia è simigliante alla carne del paone, perciò che esso, o morale o teologo che tu il dèi a quale parte più del libro ti piace, è semplice e immutabile verità, la quale non solamente corruzione non può ricevere, ma quanto più si ricerca, maggiore odore della sua incorruttibile soavità porge a’ riguardanti. E di ciò leggiermente molti esempli si mostrerebbero, se la presente materia il sostenesse; e però, senza porne alcuno, lascio il cercarne agl’intendenti. 

Angelica penna dissi che copria questa carne; e dico <<angelica>>, non perché io sappia se così fatte o altramenti gli angeli n’abbiano alcuna, ma, congetturando a guisa de’ mortali, udendo che gli angeli volino, avviso loro dovere avere penne; e, non sappiendone alcuna fra questi nostri uccelli più bella, né più peregrina, né così come quella del paone, imagino loro così doverle avere fatte; e però non quelle da queste, ma queste da quelle dinomino perché più nobile uccello è l’angelo che ‘l paone. Per le quali penne, onde questo corpo si cuopre, intendo la bellezza della peregrina istoria, che nella superficie della lettera della Comedia suona: sì come l’essere disceso in inferno e veduto l’abito del luogo e le varie condizioni degli abitanti; essere ito su per la montagna del purgatorio, udite le lagrime e i lamenti di coloro che sperano d’essere santi; e quindi salito in paradiso e la ineffabile gloria de’ beati veduta. Istoria tanto bella e tanto peregrina, quanto mai da alcuno più non fu pensata non che udita, distinta in cento canti, sì come alcuni vogliono il paone avere nella coda cento occhi. Li quali canti così provvedutamente distinguono le varietà del trattato opportune, come gli occhi distinguono i colori o la diversità delle cose obiette. Dunque bene è d’angelica penna coperta la carne del nostro paone. 

Sono similmente a questo paone li piè sozzi e l’andatura queta: le quali cose ottimumente alla Comedia del nostro auttore si confanno, perciò che, sì come sopra i piedi pare che tutto il corpo si sostenga, così prima facie pare che sopra il modo del parlare ogni opera in iscrittura composta si sostenga; e il parlare volgare, nel quale e sopra il quale ogni giuntura della Comedia si sostiene, a rispetto dell’alto e maestrevole stilo letterale che usa ciascun altro poeta, è sozzo, come che egli sia più che gli altri belli agli odierni ingegni conforme. L’andar queto significa l’umiltà dello stilo, il quale nelle commedie di necessità si richiede, come color sanno che intendono che vuole dire <<comedia>>.

Ultimamente dico che la voce del paone è orribile: la quale, come che la soavità delle parole del nostro poeta sia molta quanto alla prima apparenza, sanza niuno fallo a chi bene le medolle dentro ragguarderà, ottimamente a lui si confà. Chi più orribilmente grida di lui, quando con invenzione acerbissima morde le colpe di molti viventi, e quelle de’ preteriti gastiga? Qual voce è più orrida che quella del gastigante a colui ch’è disposto a peccare? Certo niuna. Egli ad una ora colle sue dimostrazioni spaventa i buoni e contrista i malvagi; per la qual cosa quanto in questo adopera, tanto veramente orrida voce si può dire avere. Per la qual cosa, e per l’altre di sopra toccate, assai appare, colui, che fu vivendo pastore, dopo la morte essere divenuto paone, sì come credere si puote essere stato per divina spirazione nel sonno mostrato alla cara madre. 

Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta conosco essere assai superficialmente per me fatta; e questo per più cagioni. Primieramente, perché forse la sufficienzia, che a tanta cosa si richiederebbe, non c’era; appresso, posto che stata ci fosse, la principale intenzione nol patia; ultimamente, quando e la sufficienzia ci fosse stata e la materia l’avesse patito, era ben fatto da me non essere più detto che detto sia, acciò che ad altrui più di me sofficiente e più vago alcuno luogo si lasciasse di dire. E perciò quello, che per me detto n’è, quanto a me dee convenevolmente bastare; e quel, che manca, rimanga nella sollecitudine di chi segue. 

XXX

Conclusione

La mia piccioletta barca è pervenuta al porto, al quale ella dirizzò la proda partendosi dallo opposito lito: e come che il peleggio sia stato picciolo, e il mare, il quale ella ha solcato, basso e tranquillo, nondimeno, di ciò che senza impedimento è venuta, ne sono da rendere grazie a Colui che felice vento ha prestato alle sue vele. Al quale con quella umiltà, con quella divozione, con quella affezione che io posso maggiore, non quelle, né così grandi come si converrieno, ma quelle che io posso, rendo, benedicendo in etterno il suo nome e ‘l suo valore. 

DE ORIGINE, VITA, STUDIIS ET MORIBUS CLARISSIMI VIRI DANTIS ALIGERII FIORENTINI, POETE ILLUSTRIS, ET DE OPERIBUS COMPOSITIS AB EODEM, EXPLICIT